In questo periodo il mio blog dà voce alle persone rinchiuse nei lager della Libia. Leggi gli aggiornamenti!

Ago 122019
 

“Come può una persona normale essere in contatto diretto e costante con quasi un centinaio di migranti chiusi nei lager libici?”

E’ la domanda che mi fanno sempre tutti, ogni volta che apro bocca per raccontare, ogni volta che scrivo un tweet o contatto qualche istituzione. Me la pongono avvocati, giornalisti, politici, vicini di casa, mamme dei compagni di scuola di mia figlia e persino mio padre.

L’ho spiegato tante volte, ma visto che c’è ancora gente che mi fa la stessa domanda, lo racconto di nuovo.

Ecco tutta la storia

Nel febbraio del 2019 asfaltai[1] un post che la blogger Francesca Totolo (diventata famosa per aver diffuso bufale del calibro di quella dello smalto di Josefa e di quella della inesistente nave Charlottea) aveva pubblicato su un blog di estrema destra. L’articolo si intitolava “Nei centri libici gli immigrati non subiscono torture. Intervista ad una Ong onesta”. Lo demolii in dieci minuti con un mio pezzo su questo blog, con il solo utilizzo di documenti ufficiali presenti su siti istituzionali.

Ma non mi bastava. Decisi che dovevo demolirlo anche in tutto il suo contenuto.

Così cercai chi era stato in quelli che la Totolo e l’allora ministro dell’interno Matteo Salvini chiamavano “centri di detenzione governativi”. Erano i lager gestiti dalle guardie di Al Serraj. Tre di essi erano addirittura finanziati dal Governo italiano: Triq al Sikka, Tajoura e Tarek al Mattar, che era stato  chiuso sei mesi prima. Lo stesso Salvini giurava che fossero bei posti e che non vi torturassero nessuno, a differenza dai lager gestiti dagli Asma Boys e da altre milizie libiche nemiche di Al Serraj dove sì, ammetteva, avvenivano torture.

Quando Salvini e/o la Totolo raccontano una storia con tanta verve, ci si chiede perché e se non sia una balla.

Io allora avevo appreso già abbastanza sul sistema di lager libici di Al Serraj. Lo avevo studiato accuratamente prima di iniziare a scrivere “Solidarancia”. Avevo raccolto testimonianze, mappe, foto satellitari, articoli di giornale, atti di processi.

Non avevo però mai parlato direttamente con persone che fossero state in quei tre lager finanziati dall’Italia, ovvero Triq al Sikka, Tajoura e Tarek al Mattar.

Come contattarli?

Nel giro di 24 ore rilessi tutto ciò che c’era da leggere sui tre lager che mi interessavano eri guardai anche qualche video che ne parlava. In uno veniva intervistata un’avvocatessa italiana, Giulia Tranchina. Ricordo che mi dissi “Questa ragazza parla la mia lingua” e non mi  riferivo all’italiano, ma all’uso corretto dei termini per descrivere le sofferenze dei rifugiati: nessun vocabolo edulcorato, descriveva l’inferno per come era. Qualcuno doveva averlo raccontato a lei.

Così la contattai su Twitter.

L’utilizzo dei social network

Miliardi di persone usano Facebook, Twitter e altri social network. Lo fanno per comunicare. Ma per comunicare cosa?

Perlopiù stronzate.

Nelle nostre mani abbiamo un sistema di comunicazione potentissimo che nel giro di pochi minuti può farci arrivare da un appartamento di Roma ad uno studio legale a Londra e poi al telefono di un rifugiato bloccato a Tunisi. Non un rifugiato qualsiasi, ma proprio il rifugiato che cercavo: fuggito da un lager libico finanziato dall’Italia.

Pochi minuti.

Tante emozioni.

Tanti nuovi amici. Innanzitutto Giulia Tranchina, donna, mamma, attivista, avvocato ed essere umano fantastico. Poi quattro ragazzi eritrei a Tunisi, fuggiti dall’inferno libico e bloccati in un limbo. Ma con le cicatrici dell’inferno ancora ben impresse sulla pelle e nell’anima, cicatrici di torture allucinanti che avevano subito nei lager libici di Triq al Sikka e Triq al Mattar, quelli che la Totolo e Salvini raccontavano come posti sicuri in cui nessuno veniva torturato.

Sì, proprio quelli!

Avevo varcato la porta dell’inferno dei lager libici

Con pochi click. Era stato facile.

In quei giorni riflettevo – tanto – sul nostro mondo iperconnesso e geolocalizzato in cui trovare qualcuno è semplice come ordinare una pizza.

Io, in effetti, avevo qualcuno da cercare: i deportati della Asso Ventotto, la nave italiana che il 31 luglio 2018 deportò illegalmente in Libia 101 persone. Gli avvocati di tutta Europa li cercavano per poter avviare una causa legale contro l’Italia e contro la compagnia di navigazione.

Così mi misi a cercare. La storia l’ho già raccontata. Nel giro di pochi giorni arrivai a Ato Solomon (nome di fantasia), un ragazzino eritreo che soffriva la fame e la sete su un pavimento verminoso assieme a tanti altri ragazzini. Era stato deportato in Libia da una nave italiana, ma non il 31 luglio 2018, bensì il 2 luglio 2018. Avevo scoperto una nuova deportazione, sconosciuta a tutti.

La rete nei lager libici si allargava

I quattro ragazzi in Tunisia mi erano stati presentati dal loro avvocato.

Ato Solomon da quello che avrebbe dovuto essere il suo avvocato se nei lager libici fossero stati ammessi gli avvocati (non lo sono, chi è in un lager libico non ha diritto ad un avvocato e se un avvocato viene a cercare un rifugiato, lo stesso rifugiato viene torturato o ucciso).

Il giovane Atò mi aiutò a rintracciare altre persone che erano state deportate con lui dalla nave italiana. Si trovavano in diversi lager libici. Erano uomini, donne, bambini.

Così da cinque, le persone divennero dieci, e poi venti e poi trenta. Quasi tutti parlavano inglese. Per gli altri ricorrevo all’aiuto di Amr, un amico che parla praticamente tutte le lingue africane.

Qualcuno lo contattavo su Whatspp, altri tramite il profilo Facebook.

“Ciao, sono Sarita. Ti stavo cercando da un mese. Sono felice di averti trovata”.

“Tu stavi cercando me?”

“Sì”.

In un inferno dove la gente non ha più il nome ma solo, nel caso più fortunato, un numero che UNHCR concede a quei pochi che hanno diritto alla protezione internazionale, sapere che qualcuno ti cerca fa strano.

Ma è anche una bella sensazione, mi spiegarono.

E poi, furono gli altri a trovare me.

Il primo sconosciuto mi contattò a marzo, in privato su Twitter. Avevo già tanti ragazzi e ragazze che mi scrivevano dai lager libici, ma tutti presentati da qualcuno. Di tutti conoscevo il nome, il cognome, il numero UNHCR, se lo avevano, la storia.

Lo sconosciuto, che di sua iniziativa mi scriveva su Twitter, mi puzzava di fake.

Non gli credetti. Pensai che fosse uno dei miei haters sovranisti sotto mentite spoglie. “Ecco” mi dissi “vogliono passarmi false informazioni”. Anche perché il ragazzo raccontava cose allucinanti, al limite dell’incredibile (per allora!). Si trovava in un lager di cui non sapevo ancora nulla: Tajoura. Da lì, all’epoca, uscivano solo foto di partitelle di pallone e di truccabimbi postate dall’ambasciatore italiano e da Helpcode.

Ma anche questa storia l’ho già raccontata.

Comunque, per farla breve: mi sembrava anche strano che gli haters sovranisti parlassero inglese e fossero così intelligenti e colti come era il mio misterioso amico, così riuscii a tracciare l’ip dello sconosciuto e a chiedere a lui una serie di fotografie.

Era un ragazzo vero. Era davvero a Tajoura. Tutto ciò che raccontava era vero, anche le cose più incredibili. Ma quel ragazzo era molto di più, a dire la verità. Era un giovane eroe che faceva e fa tantissimo per gli altri e che meriterebbe una vita bellissima, non l’inferno a cui è stato condannato. Sono ancora oggi in contatto con lui, so come si chiama e sto ancora facendo il tifo per lui. Non mi ha mai chiesto aiuto. Non per lui, almeno. Ha sempre, prima, un pensiero per gli altri.

Come lui, anche altri e altre giovani eroi e eroine popolano le mie giornate. Mi chiamano, leggono il mio blog usando un traduttore automatico.

Sto scrivendo al tempo presente, perché questa storia è arrivata all’oggi.

La mia rete, oggi, arriva in tutti i lager libici di Al Serraj. Ho più di un centinaio di fratelli e sorelle[2] in Libia. Se avete bisogno di trovare qualcuno, possiamo aiutarvi con poche chiamate.

Mesi fa ho anche spiegato alle zucche vuote perché i rifugiati hanno lo smartphone nei lager. Chi legge questo blog lo sa, ma è meglio ribadirlo linkando l’articolo, nel caso arrivino altre zucche vuote a chiederlo.

Dove sono, ora, i miei fratelli e le mie sorelle?

Sono ancora in Libia. Anche le donne, anche i bambini. L’evacuazione, nonostante i numerosi proclami dell’UNHCR, è ferma da mesi.

Ma arriverà il giorno che li vedrà uscire dall’inferno, arriverà. E allora potrò presentarveli, usare i loro veri nomi.

Tante cose da raccontare, tante cause legali da preparare

In questi mesi ho avuto un bel da fare nel raccogliere prove e testimonianze da passare ai tantissimi avvocati che nel frattempo ho contattato in tutta Europa.

Ho contribuito alla denuncia alla Commissione Africana per i diritti umani presentata il mese scorso, all’interrogazione parlamentare presentata a maggio. A tante cause che vedrete nei tribunali di tutto il mondo.

Ho aperto il collettivo Josi & Loni project e ora ci sono tanti altri ad aiutarmi e a fare le stesse cose che faccio io.

Una persona normale con uno smartphone può essere una persona normale che mette cuoricini alle stronzatelle quotidiane oppure una persona normale che si mette a fare e a raccontare cose speciali.

Sta a noi decidere chi vogliamo essere.

E’ molto semplice.

E la Totolo?

Si metterà ora il cuore in pace Francesca Totolo, che mi offende in continuazione sui social network e insinua che i miei siano tutti contatti inventati?

Forse no. Credo che la sua sia solo invidia. Forse a lei nessuno racconta mai niente.

Però, in qualche modo, sento che devo ringraziarla.

Se lei non ci fosse stata, se lei non avesse scritto quell’articolo, io non avrei dovuto risponderle. All’epoca, sul mio blog, mi occupavo di altri argomenti. La Totolo è stato il motore che mi ha portato a raccontare i lager libici per ben 6 mesi di fila! Se non ci fosse stata la Totolo, io oggi non avrei tutti questi fratelli e sorelle in Libia e nessuno avrebbe mai saputo della deportazione segreta dei 2 luglio 2018 o della stanza delle torture a Tajoura o delle violenze sessuali e non ci sarebbe stata alcuna interrogazione parlamentare e nessuno saprebbe perché i migranti hanno lo smartphone nei lager e cosa mangiano (o meglio NON mangiano) e non ci sarebbe il Josi & Loni Project e la denuncia alla Commissione Africana per i diritti umani avrebbe avuto meno testimonianze e oggi i rifugiati in Libia avrebbero una sorella di meno a tifare per loro.

Forse la Totolo scrive che “il mio fidanzatino in Libia non esiste” solo per non dover confessare ai suoi followers che è stato grazie a lei che sono accadute tutte queste cose. Forse fa la modesta.

La verità è che Francesca Totolo  – forse senza volerlo – ha fatto moltissimo per i rifugiati in Libia.

Il suo negazionismo sui lager libici è benzina che alimenta il lavoro di moltissimi attivisti e scrittori.

Se domani, come spero, dovesse riuscire ad arrivare qui qualcuno dei miei amici, sarà anche grazie a Francesca Totolo! In caso provvederò a far registrare un videomessaggio di ringraziamento.

Nel frattempo io e i miei fratelli e sorelle la ringraziamo per iscritto:

Continua così, Francesca! Grazie di cuore!


[1] Voce del verbo asfaltare. Il verbo asfaltare si usa normalmente in ambito edile o civile, ma può essere utilizzato con grande soddisfazione anche in senso figurato, per descrivere quando “si sconfigge o distrugge qualche fascista e/o sovranista in modo eclatante e con schiacciante superiorità”.

[2] Brother and Sister sono i termini usati dai rifugiati per indicare gli stessi rifugiati, indipendentemente dalla nazionalità. E’ un termine che evoca vicinanza e uguaglianza. E’ molto bello. Quando parlo con qualcuno, all’inizio, mi chiama Sarita e basta, Poi arriva, dopo un po’ ma arriva, un momento in cui si rivolge a me come “Sister”.

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  2 Commenti per “Come sono entrata in contatto con i migranti rinchiusi nei lager libici.”

  1. Per favore puoi fare un tutorial sul perché non hanno documenti,non possono prendere un aereo e viaggiare come siamo abituati a fare?
    Io ho studiato questi fenomeni 15/ 20 anni fa l’ emigrazione non era a questi livelli. Se provo a parlarne c’è sempre quello che chiede ” perché non viaggiano su aerei come tutti?”
    È desolante
    Grazie
    Paola Sani

  2. Grazie delle tue preziose informazioni, anche a me è capitato di leggere notizie palesemente false sui rifugiati e nn sempre ho saputo rispondere adeguatamente, nel tuo sito so che posso documentarmi e se mi capita ancora di leggere o vedere immagini nn veritiere rispondere correttamente. GRAZIE

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