In questo periodo il mio blog dà voce alle persone rinchiuse nei lager della Libia. Leggi gli aggiornamenti!

Mag 062019
 

Ho scoperto una deportazione di cui nessuno sa nulla, avvenuta il 2 luglio 2018.

Avete già letto il prologo, in cui si chiarisce il significato esatto del verbo DEPORTARE nella lingua italiana e se ne rivendica l’uso per raccontare questa storia.

Avete già letto la prima parte del mio diario (se non l’avete fatto, recuperatela), che racconta la mia ricerca dei deportati della Asso Ventotto del 30 luglio 2018. Una ricerca passata per testimoni in Tunisia e arrivata ad un ragazzino, che chiamo Ato Solomon, chiuso in un campo di concentramento libico che chiamo LagerD.

Il ragazzino sostiene di essere stato deportato in Libia da una nave italiana, ma non era il 30 luglio (ovvero il caso che conosciamo tutti) bensì il 1 e il 2 luglio 2018.

Ato registra un audio nella sua lingua. Me lo faccio tradurre da un amico eritreo . Ascolto e riascolto la traduzione e mi chiedo: “Possibile che nessuno sappia di questa storia?”. Mi domando anche “Sarà vera?”.

Ho bisogno di saperne di più. Così chiedo aiuto ad un amico che vive a Roma, lo scrittore e mediatore culturale Amr Adem, eritreo anche lui, ex profugo anche lui. Arriva di corsa a casa mia e ci mettiamo subito al lavoro per stilare una lista di domande da fare al giovane Ato. 

Il mio amico Amr registra alcune domande in tigrino. Non possiamo chiamare Ato, perché nei lager è pericoloso tirar fuori i pochi telefoni rimasti. Le guardie li vedrebbero e li ruberebbero. Così registriamo e aspettiamo che sia solo e possa rispondere.

Dopo qualche ora ci arrivano file audio diversi, registrati da Ato e da un suo amico che era, anche lui, sulla nave italiana.

Scopro così che a LagerD ci sono anche altri deportati del 2 luglio. Tanti.

I ragazzi danno maggiori particolari sulla loro storia.

Eccoli:

Il 1 luglio 2018, quando era ancora notte, sono salpati dalla Libia su un gommone zeppo di persone. Hanno navigato in direzione nord, per quasi 20 ore. Poi la barca si è rotta e si sono fermati. Alle 9 di sera una motovedetta libica li ha avvistati. Li ha presi a bordo ed ha chiamato una nave italiana, una nave di colore bianco e rosso chiaro, che secondo loro  si chiama “Napoli Ssevanta oto”. I libici hanno trasbordato tutti i naufraghi sulla nave italiana. Nel gruppo di un centinaio di profughi, le donne hanno parlato per prime, hanno urlato in inglese di essere eritree, hanno chiesto protezione internazionale, hanno chiesto di andare in Europa. Gli italiani hanno sorriso: “State tranquilli, vi portiamo in Italia”. Hanno dato loro dell’acqua, le bottiglie erano di una marca made in Malta. Poi gli italiani hanno detto: “Adesso dormite. Domani vi sveglierete in Italia” e la nave si è messa in moto. La mattina del 2 luglio 2018 invece è apparsa la costa della Libia. Li hanno scaricati nel porto di Tripoli e incarcerati in due diversi lager. Gli uomini sono finiti a Tarek al Mattar.

A Tarek al Mattar, nel luglio 2018, c’erano anche il mio amico Amil e gli altri ragazzi ora a Tunisi. Sono stati loro a raccontarmi di aver incontrato lì un gruppo di persone che era stato deportato da una nave italiana.

Sono, quindi, i deportati del 2 luglio che ha visto Amil, non quelli del 30 luglio? Non ne sono ancora sicura. In quel periodo a Tarek al Mattar c’erano 1770 persone. Quasi tutti i profughi catturati in mare venivano incarcerati lì.

Ma torniamo alla nave italiana. Quale sarà?

Napoli Ssevanta oto”, ricorda di aver letto Ato sulla fiancata. Dentro no, perché sul ponte in cui ha passato la notte non vi era scritto alcun nome.

Sulla fiancata della Asso Ventotto, nave della compagnia Augusta Offshore, c’è scritto “Napoli Asso Ventotto”. Non si può non ammettere che sia un nome molto simile a quello che Ato, che parla tigrino, ricorda. Ma non è certo una prova.

Raccolgo foto di diverse navi rosse e bianche e le invio ad Ato. In mezzo ci infilo una foto della Asso Ventotto. Ed è questa che lui e il suo amico riconoscono, subito, senza indugio. Ma non è ancora una prova.

Nel frattempo contatto un team di avvocati dell’ASGI che accetta di prendere in carico il caso. Le testimonianze vanne bene, mi avvertono, ma c’è bisogno di prove.

Indago su dove fosse la Asso Ventotto il 1 e 2 luglio 2018. Trovo uno screenshot che indica il suo arrivo nel porto di Tripoli proprio il mattino del 2 luglio 2018. La nave proveniva da Malta. Esattamente ciò che dicono Ato e il suo amico. Ma non è ancora una prova.

Trovare una prova per il caso 2 luglio 2018

E’ diventata quasi un’ossessione. Trascorro due giorni e due notti a pattugliare il web alla ricerca  di una prova che a me non serve, perché ormai SO che questa storia è vera, ma al mondo sì .Leggo tutto ciò che è stato pubblicato in quei giorni di luglio.

La seconda notte trovo l’account Facebook della Marina Libica. E’ tutto scritto in arabo, lingua che non capisco. Ma con i miei potenti mezzi (= traduttore di google) scorro tutto ciò che l’account ha pubblicato dal 1 al 3 luglio 2018.

Mi appare, come in sogno, la seguente traduzione:

sono stati inviati la barca Qaminis e Ras degno della locomotiva Asso per sostenere periodica e fornire assistenza in caso di necessità, in particolare con i guai del mare e la velocità del vento in aumento, è stato scortato la barca fino a raggiungere Il punto di sbarco dei migranti era alla base marittima di Tripoli lunedì mattina, 2 luglio 2018, dopo le 11:00.

Sono le due di notte. “Locomotiva Asso”, dice il traduttore di google. Non sarà “locomotore Asso”?

La parola, in arabo, è أسو.

Vorrà dire Asso?

Vado a vedere il report del 30 luglio, ovvero la cronaca della deportazione che conosciamo tutti.

Sì, anche lì c’è la parola أسو, per indicare proprio la nave italiana Asso Ventotto.

Sono le due di notte e ho trovato la prova! E’ online da 9 mesi. Pubblicata il 3 luglio 2018 sull’account Facebook della Marina Libica.

Non posso svegliare qualcuno che parli arabo a quest’ora, anche se sono tentata. L’apprensione non mi fa dormire.

La mattina dopo il responso: sì, c’è scritto proprio Asso.

Ecco la traduzione (ringrazio moltissimo l’amico Giorgio che l’ha effettuata):

Salvataggio di 276 migranti illegali

La sera di domenica 1 luglio 2018, una pattuglia della guardia costiera (la motovedetta Zuara) è uscita dal settore centrale ed è riuscita a salvare 276 migranti illegali, tra cui 54 bambini e 29 donne, che si trovavano a bordo di 3 gommoni, uno dei quali era affondato prima dell’arrivo della guardia costiera.

I migranti clandestini provenivano da 14 diversi paesi africani e da 2 paesi arabi (1 di nazionalità egiziana e 29 uomini, 2 donne e 5 bambini di nazionalità sudanese).

L’operazione di salvataggio del gommone affondato è avvenuta  a 35 miglia a nord ovest di Garablli, a 44 miglia a nord della città di Khoms, nel caso della la seconda imbarcazione, e a 50 miglia a nord di Khoms.

Per via di un guasto verificatosi a bordo della motovedetta, l’arrivo della pattuglia ha subito un ritardo ed è stata inviata alla base navale di Tripoli invece che a quella della guardia costiera del distretto di Al-Nuqat  Al-Khams;  sono state inviate le motovedette Qamins e Ras Jadir e il rimorchiatore Asso per fornire assistenza e aiuto alla pattuglia in caso di necessità, soprattutto per via del mare mosso e l’intensità del vento in aumento. L’imbarcazione è stata scortata fino al suo arrivo al punto di sbarco dei migranti clandestini presso la base navale di Tripoli, avvenuto lunedì mattina 2 luglio  2018 dopo le ore 11.

Dopo aver loro fornito assistenza umanitaria e medica, sono stati consegnati all’autorità per la lotta contro l’immigrazione clandestina

– Tripoli – centro di detenzione Tarek al Sika.

Conclusione del rapporto

E’ la prova che cerco!

Il 2 luglio 2018 i libici hanno chiesto l’intervento di una nave Asso per deportare dei profughi a Tripoli.

Quale nave Asso sarà? La Ventotto o altre?

In ogni caso, verifico, tutte le navi Asso di stanza davanti alla Libia battono bandiera italiana.

I nomi e i cognomi dei deportati del 2 luglio 2018.

Ciò che in queste settimane mi chiedono studi legali e giornalisti di tutta Europa è se conosco i nomi dei deportati.

Come è strano che lo chiedano a me.

Come è strano che in un mondo geolocalizzato e iperconnesso, nessuno li abbia cercati prima.

In ogni caso:

SI’, ho un elenco di nomi, cognomi, date di nascita, numeri di registrazione UNHCR e anche delle fotografie dei deportati del 1-2 luglio 2018.

L’ho già mandato a diversi studi legali italiani e stranieri e a qualche giornalista.

Sono in contatto costante con queste persone, che sono tutte giovanissime, moltissime minorenni. Alcuni sono fuori dalla Libia, molti invece sono ancora chiusi nei lager, sotto le bombe, affamati e terrorizzati.

Ato e il suo amico mi mandano un elenco preciso di tutti quelli che erano sulla nave italiana e che ora sono tutti a LagerD.

C’è un nome corredato di foto. E’ di Josi.

Josi.

Josì è morto. A LagerD. Era sano quando è salito sulla nave italiana, era sano quando è arrivato a LagerD. Poi, lì, è stato chiuso in un capannone in cui era in atto un’epidemia di tubercolosi. L’ha contratta. Le guardie non hanno fornito lui alcuna assistenza, alcun medicinale. E’ morto. Era un ragazzo, poco più che maggiorenne, solo un ragazzo. La sua storia è identica a quella di tanti altri ragazzini che sono morti, abbandonati in terra, a LagerD e in tutti gli altri lager della Libia. Anche nei campi per cui l’Italia ha speso centinaia di migliaia di euro per garantire un’assistenza medica che, evidentemente, non c’è stata.

Lasciati senza medicine. Agonizzanti in terra. I moribondi ammassati ai vivi.

Quanti amici ha visto morire proprio accanto a lui il giovane Ato?

Tanti. Uno dopo l’altro. Compreso il suo migliore amico, un ragazzino con cui è cresciuto, che non era sulla nave con lui. Si sono ritrovati nella massa di corpi ammassati gli uni sugli altri nell’inferno di LagerD. Sembrava un miracolo, ma poi l’amico d’infanzia ha preso la TBC ed è morto.

Ho la foto anche di questo ragazzino, la metto accanto a quella di Josi. Le uso quando sono stanca o scoraggiata. Guardo i loro volti e mi ripeto che non li dimenticherò, che farò di tutto perché si sappia che i lager libici sono posti dove dei ragazzini come loro vengono mandati a morire.

Vorrei mostrare la foto di Josi al capitano di quella nave italiana, vorrei informarlo che uno dei ragazzi a cui ha detto “Adesso Dormite” ora dorme per sempre. Scrivo una lettera aperta all’equipaggio della nave. La condivido su Facebook in gruppi di marittimi, velisti e amanti del mare. Vengo investita da una miriade di post razzisti e fascisti, pare che gli iscritti a quei gruppi Facebook la pensino così (eccetto Luca, che mi ha scritto e mi ha espresso la sua solidarietà. Merita un ringraziamento e una citazione in questo diario) . E chissenefrega degli insulti. Ora, almeno, sono sicura che l’equipaggio della nave italiana abbia letto che ne è stato delle persone che ha deportato in Libia. “Adesso Dormite” lo scrivo io a loro “se ci riuscite…”. Forse riusciranno a dormire lo stesso, ma io ci ho provato.

Intanto…

Continuo a cercare i deportati

Le donne non sono a LagerD. Ato e i suoi amici mi dicono che probabilmente sono in un altro campo. Lo chiamo LagerA.

Anche lì ho un contatto e nel giro di poche ore trovo Kissa (altro nome preso dal mio romanzo, altro nome che spero porti fortuna).

Kissa mi apre il mondo delle ragazze dei lager, che sono diverse dai ragazzi. Anche loro sono giovanissime, ma hanno una fiamma, dentro, maturata e cresciuta. Hanno il cuore gonfio di qualcosa di travolgente. Non è rabbia, è piuttosto amore, ma esce fuori rabbioso, come una fucilata.

 “Non capisco come tu ci possa aiutare” mi risponde, secca, in un buon inglese.

Non lo capisco neanche io, le dico. Ma tentar non nuoce.

Kissa è sospettosa, è diffidente. I ragazzini di LagerD si sono fidati immediatamente di me, qui ci sarà da lavorare.

Le spiego la situazione, le racconto cosa sto facendo, cosa stanno facendo gli avvocati.

Ma poi abbandono la serietà, l’educazione, la sensatezza e le scrivo cosa penso:

“Penso che tu non dovresti essere in quel lager, penso che tu dovresti essere in un’università, a studiare e a fare tutte le cose che fanno le ragazze della tua età, penso che tu abbia subito una immensa ingiustizia e penso che la colpa sia di una nave come questa”.

Kissa mi registra subito un audio e nella sua voce c’è tutta la sorpresa e tutta la sofferenza e tutto l’amore che prova per le sue sorelle e i suoi fratelli rinchiusi con lei.

“E’ questa, è proprio questa la nave!”

Kissa è stata separata dalle sue sorelle. Dopo mesi di prigionia insieme, le hanno divise. Mi passa il contatto delle altre.

Eden è a LagerQ. Mi scrive che, la sera del primo luglio, lei è stata una di quelle che hanno parlato con l’equipaggio della nave.

“La sera ci hanno assicurato che ci avrebbero portati in Italia. Poi, la mattina successiva, un marinaio è venuto a dirci che avevano chiesto all’Italia se ci voleva accogliere, ma l’Italia ha risposto di no, e quindi erano costretti a riportarci in Libia”.

Ecco un elemento nuovo:

L’Italia, secondo l’equipaggio della nave Asso, avrebbe rifiutato di accogliere i profughi e avrebbe chiesto alla nave di deportarli in Libia.

E’ vero o è una balla inventata dai marinai?

Su questo indagherà la Magistratura.

A Kissa faccio anche la domanda che ho in testa da parecchie settimane, ma ho paura di porre:

Il bambino

Una delle ragazze, la chiamerò Dahia, era in avanzato stato di gravidanza. Il bambino sarà riuscito a nascere?

Ho pensato tante volte a questa mamma. Ancora poche ore di navigazione sul gommone e ce l’avrebbe fatta, avrebbe partorito in Italia, in un ospedale, al sicuro, al pulito, come è successo a me quando è nata mia figlia. Ricordo la bella stanza d’ospedale, con il sole che entrava dalle finestre e gli uccellini che cantavano in uno dei primi giorni di primavera. La mia bimba in una cullina accanto al mio comodo letto, controllata, pesata e coccolata ogni 3 ore dal personale dell’ospedale.

Il bambino di Dahia è nato. Ma a LagerA, dove non ci sono letti e culline e sole e uccellini.

C’è solo il buio, un’epidemia di TBC e tanta paura.

Loni, si chiama, ed è un miracolo che sia nato.

Se Dahia avesse avuto complicazioni (penso al mio parto cesareo d’emergenza gestito con maestria da una nutrita equipe di chirurghi, ostetrici e anestesisti…), nessuno l’avrebbe aiutata.

Kissa mi manda una foto di Loni. Generalmente non credo ai miracoli, ma stavolta sì e tengo la foto ben stretta nella mia galleria di volti per cui lottare. Ci aggiungo anche un’altra foto: quella delle ragazze di LagerA, strette una all’altra, con il cuore gonfio di qualcosa di travolgente che, ormai, ha travolto anche me.

E con questo vi saluto. per ora.

IL DIARIO CONTINUA, CAZZO SE CONTINUA!

PS E i deportati del 30 luglio invece, dove saranno finiti?


APPELLO AI GIORNALISTI:

prendete questa mia ricerca, usatela e indaghiamo tutti assieme su questo caso. Contattatemi per avere documenti e dettagli.

TUTTO IL DIARIO:

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  2 Commenti per “SECONDA PARTE: Ho scoperto una nuova deportazione, sconosciuta alla stampa. Era il 2 luglio 2018.”

  1. Tanta stima.
    Grazie per quello che fai.

    Guido

  2. Molto dolore. Un lavoro eccellente con l’amore. Hanno una paura matta di Haftar peché se vincesse chi sa quante tremende storie e fatti saltano fuori e quanti coinvolti.

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