In questo periodo il mio blog dà voce alle persone rinchiuse nei lager della Libia. Leggi gli aggiornamenti!

Mar 062019
 

Sui centri di detenzione libici abbiamo 2 divergenti testimonianze: quella italiana della onlus Helpcode e quella internazionale della giornalista Sally Hayden.

La questione, in Italia, inizia con un post. Viene pubblicato qualche giorno fa sul blog di destra Il Primato Nazionale ed è firmato da Francesca Totolo (per chi non la conosce: è la blogger che ha inventato la bufala dello smalto di Josefa).

Il post si intitola “Nei centri libici gli immigrati non subiscono torture. Intervista ad una Ong onesta” e riporta una intervista telefonica a Valeria Fabbroni, direttrice dei programmi della onlus Helpcode (“l’ONG onesta”, secondo la Totolo).

Una delle domande della Totolo è molto precisa:

Spesso la stampa italiana e quella internazionale descrivono i centri di detenzione governativi libici come luoghi nei quali i migranti vengono torturati. Può chiarire queste insinuazioni, che colpiscono anche l’impegno di organizzazioni come la vostra?

(domanda della Totolo)

La risposta di Helpcode che la Totolo pubblica è:

Non abbiamo mai testimoniato ne osservato, nemmeno tramite i nostri collaboratori che sono nei Centri di detenzione governativi libici ogni giorno, casi di tortura. Anzi, per me è necessario che si possa testimoniare che abbiamo trovato direttori dei centri di grande umanità e coraggio, che cercano di fare del loro meglio in una situazione di per se complessa. Certo, i centri sono luoghi duri e difficili, dove ci si rende conto che ogni migrante ha una storia, un nome, un passato ed un dramma da raccontare; ma ciò non vuol dire che siano oggetto di tortura.

(risposta di Valeria Fabbroni di helpcode, riportata dalla Totolo)

Qualche giorno dopo la stessa Helpcode fa pubblicare una blanda rettifica al post della Totolo in cui scrive:

ci teniamo a precisare quanto detto dalla nostra direttrice progetti Valeria Fabbroni: le sue parole fotografano la situazione unicamente dei centri di detenzione governativi in cui la nostra organizzazione è impegnata, non di tutti i centri di detenzione libici in generale, come quelli gestiti dalle milizie.

(dalla rettifica firmata Helpcode)

E poi

I principali centri dove Helpcode interviene sono a Trik al-Sikka, Trik al-Matar, Tajoura, dove si occupa di: ripristino dei servizi igienici; distribuzione di beni di prima necessità (materassi, cuscini e coperte), abbigliamento per affrontare l’inverno e kit igienici. 

(ancora dalla rettifica firmata Helpcode)

Inoltre l’associazione Helpcode pubblica questo tweet:

Quindi, riassumendo (da me – spero di aver riassunto bene):

Helpcode dichiara che va tutto bene nei 3 centri che gestisce (Trik al-Sikka, Trik al-Matar, Tajoura) ma non può escludere che avvengano torture negli altri (ovvero quelli non governativi, gestiti dalle milizie).

E’ vero che va tutto bene nei centri governativi?

PARENTESI: Helpcode scrive che interviene anche nel centro di Trik al Matar. Tale carcere mi risulta attualmente evacuato perché bombardato a settembre 2018 (molti migranti feriti dalle esplosioni. Fonte ). Ha ripreso a funzionare? Me ne occuperò in un’articolo a parte.

Adesso voglio concentrarmi sul centro di detenzione di Trik al Sikka (si può anche scrivere Triq o Tarek Al Sika).

Va tutto bene a Trik al Sikka?

Secondo Helpcode… SI’.

Secondo molteplici fonti internazionali… NO.

Channel 4 e la giornalista Sally Hayden segnalano in questi giorni che proprio nel centro di detenzione di Tarek al Sika stanno avvenendo episodi molto gravi, tra cui numerosi casi di tortura. C’è stata una rivolta repressa nel sangue e molti detenuti, tra cui anche minori, per punizione sarebbero stati rinchiusi in celle sotterranee prive di luce.

Questo video è del 25 febbraio e va guardato. Anche per avere un’immagine di quelli che chiamiamo “centri di detenzione” ed erroneamente immaginiamo simili alle nostre carceri. Nella realtà sono capannoni di lamiera in cui vengono ammassate centinaia di persone che dormono in terra.

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Tra chi pubblica notizie fresche da Trik al Sikka c’è la giornalista Sally Hayden, che ci aggiorna ora per ora. Ha fonti interne al carcere. Leggete tutta la discussione twitter:

Nei suoi articoli, la Hayden racconta che il centro di detenzione di Triq al Sikka è regolarmente descritto da rifugiati e migranti come uno dei peggiori, a causa dei livelli di abbandono e di abuso. La maggior parte degli attuali detenuti sono stati deportati in Libia dalla guardia costiera libica (finanziata e addestrata dall’Italia) dopo aver tentato di attraversare il Mar Mediterraneo per raggiungere l’Europa.

La Hayden racconta che tutti gli ex detenuti di Triq al Sikka indicano la PRIVAZIONE DI LUCE come metodo normalmente usato in questo carcere. Pare ci siano anche oggi detenuti tenuti nel buio completo per quasi un anno.

La Hayden racconta anche molto altro: violenze, malati abbandonati, detenuti scomparsi, un suicidio.

Chi ha ragione?

Noi siamo lontani dalla Libia e non possiamo saperlo. Bisogna chiederlo a chi è lì.

Decido di chiederlo a Helpcode. Nel solo 2017 hanno preso 1 milione e 382 mila euro di contributi pubblici per progetti nei centri di detenzione libici e scrivono di lavorare da parecchio tempo all’interno di Triq al Sikka.

Contributi pubblici incassati da Helpcode nel 2017 (preso dal loro sito internet)

Quale canale migliore per sapere in tempo reale cosa sta accadendo a Triq al Sikka?

Così alzo il telefono e li chiamo. E’ il 6 marzo (ieri mattina).

L’operatrice che mi risponde è molto gentile. Spiego che sto scrivendo un pezzo, le fornisco il mio nome, il telefono e il titolo del blog. Mi promette che dopo 10 minuti qualcuno mi richiamerà.

Dopo più di un’ora nessuno ha chiamato, così telefono una seconda volta. La stessa operatrice gentile mi avverte che la persona che poteva parlarmi è andata in pausa e che oggi non potrà richiamarmi. Io le spiego che sto per pubblicare il mio articolo e che non voglio che esca privo della versione di Helpcode. Mi mette alcuni minuti in attesa e poi mi detta il telefono della responsabile dell’ufficio stampa.

Alla responsabile dell’ufficio stampa rispiego tutto: nel mio articolo voglio controllare, una per una, le affermazioni di Sally Hayden, soprattutto la presenza oggi di una cella sotterranea senza luce con detenuti minori chiusi dentro da settimane. Se lo staff di Helpcode oggi è a Tariq al Sikka può darmi informazioni precisissime.

E’ lì?

La responsabile dell’ufficio stampa di Helpcode sostiene di non saperlo. Ma si può informare. Bene. Promette che richiamerà a breve. Io prometto che, se non la sento, richiamerò io. Quando lavoro ad una storia, ci lavoro davvero.

Dopo un’ora mi richiama. Ma non può darmi informazioni al telefono. Lei, poi, non è la persona che rilascia le interviste. Posso parlare con chi rilascia le interviste? No. Vogliono domande scritte. Anche se con le persone preferisco sempre parlare, accetto. Soltanto: mi può dire se oggi a Triq al Sikka c’è lo staff di Helpcode? E’ un’informazione che mi sarà utile per decidere quali domande fare.

Non me lo può dire.

Ma perché, insisto, non è un’informazione così complessa e riservata, mi basta un sì o un no.

Non me lo può dire al telefono. Devo scrivere le domande.

Le domande a Helpcode

La prima domanda che scrivo è, ovviamente: C’è attualmente personale di Helpcode presente nel centro di Triq al Sikka?

Poi ne scrivo una sul carcere di Tarek al Matar: Scrivete che state lavorando anche a Tarek al Matar. E’ stato riaperto dopo il bombardamento di settembre 2018?

E infine scrivo loro che Sally Hayden sta pubblicando diversi articoli con foto e testimonianze che arrivano da Trik al Sikka e che vorrei conferma delle seguenti cose:

  • E’ vero, come scrive la Hayden, che c’è stata una protesta martedì 26 febbraio 2019?
  • E’ vero che le guardie hanno picchiato con spranghe e bastoni i migranti che manifestavano?
  • E’ vero che uno è svenuto?
  • E’ vero che attualmente una trentina di detenuti, compresi minori, sono rinchiusi in celle sotterranee prive di luce e che sono lì da diversi giorni?
  • E’ vero che un altro gruppo di detenuti è stato trasferito altrove? Se sì dove?
  • In particolare la PRIVAZIONE DI LUCE sembra una costante di questi racconti. E’ vero che viene praticata a Tariq al Sikka?
  • E’ vero che recentemente alcuni detenuti infettati da tubercolosi sono stati privi di medicine per 3 settimane?
  • E’ vero che le coppie sposate possono vedersi solo per 10 minuti ogni settimana?
  • Attuali ed ex detenuti dicono che ci sono stati da 7 a 20 morti a Triq al Sikka quest’anno. Vi risulta? Conoscete le cause di morte?
  • E’ vero che Helpcode lavora anche nei centri di detenzione di Gharyan, Sabratha e Khoms? Avete già iniziato? Altrimenti, quando è previsto il vostro arrivo?
  • In che data avete rilasciato l’intervista a Francesca Totolo? (questo mi è utile per una cronologia delle dichiarazioni)

La risposta di Helpcode

Dopo qualche ora mi arriva, via mail, una risposta ufficiale da Helpcode tramite la sua addetta stampa:


Cara Sarita,

ti invio di seguito la risposta di Helpcode alle tue domande. A presto,
 
In merito alle tue domande, considerata la delicatezza del tema e la strumentalizzazione che può essere fatta, possiamo rispondere per quello che noi abbiamo modo di osservare nel corso dello svolgimento delle attività previste dal nostro progetto.

Il nostro punto di osservazione infatti è solo quello dei progetti che gestiamo. Il progetto attualmente attivo, ha visto il nostro staff locale sul campo questa mattina nei centri di Trik Al Sikka ed Al Joudeida, dove continuano le nostre attività di distribuzione di beni di prima necessità (Trik al Sikka) e costruzione di latrine (Al Joudeida). Come dall’inizio delle attività in Libia, coerentemente con quanto previsto dal disciplinare di incarico dell’AICS, il personale italiano può recarsi in Libia per missioni brevi, ma non restare in pianta stabile. Al fine di avere la massima trasparenza nelle attività,  le attività gestite dal personale locale vengono monitorate attraverso l’utilizzo dell’app GINA che permette di osservare in diretta quanto effettuato dai colleghi.  

Non c’è alcun file allegato. Scrivo:

forse hai dimenticato di allegare il file delle risposte.
Me lo puoi mandare in fretta così ci lavoro questa notte?

Mi risponde:

Cara Sarita,

Al fine di evitare qualsiasi tipo di strumentalizzazione possibile sul tema, Helpcode ha risposto con le righe che ti ho inviato nella mail.
Saluti,

Che dire? Hanno paura di venire strumentalizzati. Alla Totolo rilasciano interviste, a me mandano solo poche righe.

Ma queste poche righe bastano per capire una cosa importante: Helpcode NON E’ a Triq al Sikka e NON E’ in Libia.

E’ sufficiente leggere i numerosi bandi di finanziamento ai progetti nei centri di detenzione libici per capirlo.

C’è stato prima il bando AID 11273, 2 milioni di finanziamento totali. E’ chiamato comunemente “Bando Minniti”, o anche “bando della vergogna“. La maggior parte delle associazioni lo ha desertato, schifata. Hanno partecipato solo 7 associazioni, tra cui Helpcode, che prima si chiamava CCS. Hanno vinto tutte. Poi altri bandi, tantissimi, tra cui AID 11042, AID 11242. Tutti vinti da CCS/Helpcode.

Fo fatto i conti e pubblicato l’elenco dei finanziamenti AICS alle associazioni italiane che hanno accettato di prenderli.

Comunque: questi bandi li ho anche letti attentamente. C’è scritto:

Tratto dalla delibera AID 11242

Niente personale italiano.

Ma allora lo “staff locale” di cui scrive Helpcode, chi è???

E’ la STACO (Sheikh Taher Azzawi Charity Organization), un’associazione libica.

Il sito Vita.it scrive :

Staco è l’organizzazione non governativa più potente di tutta la Libia. Ma soprattutto, è rispettata da tutti, proprio tutti: i due governi autoproclamati oggi in carica (quello di Tripoli con a capo Serraj, quello di Tobruk, Cirenaica, del generale Haftar), le gente comune e persino le milizie armate che stanno destabilizzando il Paese.

Vita.it

Quindi, ricapitoliamo:

Il governo italiano eroga decine di milioni di euro ad ONG italiane per progetti in Libia, ma prescrive che tali ONG non possano effettuarli direttamente e fisicamente.

Cosa fanno allora queste ONG?

Appaltano ai libici.

Il termine appaltare non vi piace? Come altro chiamare un lavoro che io sono pagato per fare e passo a qualcun altro che lo fa al posto mio?

Ha senso che il governo stanzi milioni di euro per dei progetti di fatto condotti dai libici?

E’ quantomeno strano: al bando possono partecipare SOLO associazioni italiane ma queste associazioni non possono lavorare in Libia.

Torniamo a Helpcode.

Questa ONG, come tutte le altre che hanno goduto dei finanziamenti pubblici, non è fisicamente a Tarek al Sikka.

Lo sapeva la Totolo quando le ha chiesto se nei centri di detenzione libici andava tutto bene?

La Helpcode (e la Totolo) avrebbero dovuto specificare che ciò che lo staff di Helpcode osserva quotidianamente nei centri di detenzione libici è un’immagine parziale che proviene dalle immagini di una telecamera chiamata GINA.

La Staco invece osserva direttamente. Ma possiamo esser sicuri dei fatti che riferisce?

Vorrei fare una ulteriore domanda alla Helpcode:

Perché, se si fidano così tanto dei loro collaboratori libici della Staco, li controllano con delle telecamere?

Scrive Helpcode sul suo sito:

Grazie all’utilizzo di tecnologie innovative quali immagini e rilevamenti satellitari, possiamo monitorare, anche da remoto, l’effettiva distribuzione e consegna di questi materiali a chi ne ha bisogno.

Se non si fidano dell’effettiva consegna di scatoloni di materiali, come fanno a fidarsi quando la Staco racconta che a Triq al Sikka va tutto bene?

Gli interrogativi rimangono.

C’è davvero, a Triq al Sikka, una cella sotterranea dove anche oggi sono rinchiuse al buio decine di persone?

La Helpcode potrebbe chiarirlo, le basterebbe telefonare agli uomini della Staco che oggi sono nel carcere e mandarli di sotto con la telecamera GINA.

Perché non lo fa?

Perché non risponde?

Perché mi accusa di strumentalizzarli?

Finanziamenti pubblici, vuol dire che sono soldi anche miei, anche di te che leggi. Se con i nostri soldi vengono finanziati centri di detenzione dove si torturano delle persone, abbiamo il diritto di saperlo.

Se la telecamera GINA è stata pagata con i nostri soldi, abbiamo il diritto di accenderla e vedere?

A Triq al Sikka almeno una volta la Helpcode è andata. Lo hanno raccontato sul loro sito: il 2 Luglio 2018 hanno organizzato una partitella di calcetto:

Anche il CESVI (altra ssociazione che ha vinto finanziamenti) una volta è andato a fare il Truccabimbi con i bambini del centro di Tajura.

Sembrano belli e rassicuranti, questi racconti, ma non si può non chiedersi se siano reali oppure facciano soltanto parte di una “retorica della normalità” che omette ciò che normale non è.

Se Helpcode, come mi scrive, vuole avere la massima trasparenza nella sue attività, risponda alle mie domande, accenda pubblicamente le sue telecamere su Triq al Sikka.

Se, davvero, i fatti che stanno avvenendo a Triq al Sikka (fatti che la Helpcode NON conferma e NON smentisce), fossero solo un’invenzione di Channel 4 e della Hayden, io sarei la persona più felice del mondo.

Ma voglio un riscontro.

Altrimenti i dubbi rimangono. Non solo a me. E viene spontaneo chiedersi PERCHE’.

Perché sui giornali stranieri i centri di detenzione libici vengono descritti come posti orribili dove si violano quotidianamente i diritti umani , mentre in Italia, dove girano soldi, TANTI SOLDI, per gestirli, circola una narrazione di NORMALITA’ con foto di partitelle di pallone e truccabimbi?

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Tutti gli articoli della mia inchiesta sui Centri di Detenzione Libici:

  Un Commento per “Cosa accade davvero nei centri di detenzione libici finanziati dal Governo italiano?”

  1. Poche ore dopo la pubblicazione di questo articolo c’è stata una importante puntata di Piazza Pulita in cui sono state diffuse immagini choccanti dai centri di detenzione di Khoms e Zintan. Guardatela!

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