In questo periodo il mio blog dà voce alle persone rinchiuse nei lager della Libia. Leggi gli aggiornamenti!

Apr 082019
 

Racconto le storie dei morti nei campi di concentramento libici. Qualcuno deve pur farlo.

Io sono una persona normale.

Non sono una giornalista, una politica, un avvocato. Tutte le mattine porto mia figlia all’asilo, saluto gli altri genitori e i loro bambini, faccio due passi all’aria aperta, ammiro i grandi alberi di un parco, respiro e penso.

Sono una persona allegra, attiva, che ama la vita e che da due settimane si è messa d’impegno a contare i morti nei campi di concentramento libici.

Le tv e i giornali, in Italia, non citano, mai, un solo morto nei lager libici. L’UNHCR e lo IOM, nei loro report, contano tante cose (uomini, donne, bambini, mamme che allattano, donne incinte, bambini nati nell’ultimo mese ecc.) ma NON CONTANO I MORTI. O, almeno, se li contano, non diffondono i dati alle persone normali.

Così ho deciso di farlo io.

Su Twitter, da qualche giorno, ho iniziato a diffondere piccoli report su storie di persone morte nei campi.

La Bestia salviniana si è molto risentita per questi post e ha iniziato ad attaccarmi tramite i suoi account troll. Da negazionisti addestrati, mettono in dubbio le mie informazioni e pongono questioni bagatellari volte a occultare il senso del mio lavoro, che è:

vi sto raccontando che le persone che l’Italia  deporta in Libia tramite i suoi scagnozzi ( = la cosiddetta guardia costiera libica) MUOIONO, perché vengono gettati in magazzini sovraffollati dove sono da tempo in corso epidemie di tubercolosi.

Alle bestie voglio rispondere una cosa:

Se pensate che l’elenco qui sotto sia sbagliato, chiedete al vostro amato ministro di pubblicare l’elenco ufficiale delle morti nei lager libici.

Lo confronteremo con il mio.

Sicuramente l’elenco ufficiale sarà molto ma molto più lungo, perché per stilare questo ho dovuto cercare parenti e amici delle persone decedute, un lavoro immane che certamente è impreciso e parziale.

Altra premessa importante: in questo elenco sono raccontate le storie delle persone morte in alcuni lager governativi, quelli del governo di Al-Serraj, appoggiati e finanziati dall’Italia, quei posti che il nostro Governo definisce “diversi” dalle prigioni “illegali” di altre milizie e degli Asma Boys.

Ci sono più di 40 campi di concentramento governativi in Libia. Li chiamano “centri di detenzione” ma io, scusate, non ce la faccio più a chiamarli così. Non sono ancora riuscita ad avere informazioni sulle morti in tutti questi lager. Quindi, per ora, tratterò solo di alcuni.

Il metodo che uso

I miei non sono dati. Sono testimonianze e storie.

Contatto avvocati, familiari e amici delle vittime. Trovo nomi, foto, date di nascita. Pian pianino raccolgo dati. Chiedo a più persone. Incrocio le testimonianze. Ritrovo profili Facebook. Un lavoro davvero certosino.

Come base ho spesso usato gli articoli della bravissima Sally Hayden e le comunicazioni del Coordinamento Eritrea Democratica. Attualmente sono gli unici che pubblicano storie di persone morte nei campi.

L’elenco dei morti, lager per lager

– I morti a Tarek al Mattar

Questo, fino al settembre 2018, era il campo di concentramento più finanziato dall’Italia. E’ stato bombardato il 4 di settembre e le persone trasferite altrove. Erano da 1700 a 1900. In quell’occasione qualcuno, fortunatamente, è riuscito a fuggire.

L’associazione italiana Emergenza Sorrisi, che ha partecipato e vinto il “bando della vergogna” Minniti, ha incassato euro 329.480 (fonte il loro sito) per garantire l’assistenza medica nel 2018 nei lager di Tarek al Mattar, Triq al Sikka e Tajoura.

A luglio 2018 nel campo di concentramento di Tarek al Mattar c’è stata un’epidemia di tubercolosi. Secondo l’UNHCR c’erano 1770 persone lì rinchiuse (più di un terzo donne). Pare non ci fosse neanche lo spazio per dormire sdraiati.

Melake Teweldebrhan aveva 22 anni
Solomun Fsahasion
ne aveva 34.
Samuel Fisaha Beyene appena 20.

Melake, Solomun e Samuel stavano bene quando entrarono Tarek al Mattar. In questo lager, però, si sono infettati e sono morti, di TBC. E’ accaduto nel luglio 2018. Secondo varie testimonianze sono stati lasciati senza medicine. Erano fortemente denutriti a causa del poco cibo somministrato nel lager.

Anche io ho testimonianze dirette di questo fatto. Alcuni ragazzi fuggiti da Tarek al Mattar e ora fuori dalla Libia, ricordano bene Melake, Solomun e Samuel. Mi hanno raccontato che i tre ragazzi erano stati arrestati su un gommone diretto in Italia e deportati in Libia dalla guardia costiera.

Ci sono almeno altre 3 persone decedute tra il maggio e il luglio 2018 a Tarek Al Mattar, mi dicono. Ma ancora non ho trovato chi ricordi i loro nomi e le loro storie.

Quante altre persone sono morte a Tarek al Mattar?

Non lo so.

Perché Melake, Solomun e Samuel quando hanno contratto la TBC sono stati abbandonati in una cella sovraffollata senza cibo e medicine?

Non lo so.

Deportare qualcuno in un altro paese e chiuderlo in una cella sovraffollata dove ci siano malati contagiosi è omicidio? Il Governo italiano può essere considerato il mandante di questo omicidio?

– I morti a Triq al Sikka

Attualmente è il lager per cui l’Italia spende più soldi con progetti finanziati dall’AICS.

Attualmente c’è anche gente rinchiusa in una cella sotterranea.

Breket Tesfay,
Hanibal Haile,
Mukubrhan Brhane
Wedi Ayfeletukywon

Erano quattro ragazzi dai 18 ai 33 anni, tutti eritrei. Stavano bene quando furono rinchiusi a Triq al Sikka. Ancora non so se furono arrestati in mare o sulla terraferma.

Secondo il Cordinamento di Eritrea Democratica, a Triq al Sikka si ammalarono di tubercolosi a giugno 2018. Vennero lasciati senza medicine e, uno dopo l’altro, morirono.

A giugno 2018 a Triq al Sikka l’UNHCR segnalava la presenza di 972 persone, tra cui 17 mamme che allattano e 2 donne incinte.

In quel periodo l’assistenza medica era responsabilità della ONG italiana Emergenza Sorrisi.

Abdulaziz, 28 anni.

Abdulaziz

Sally Hayden ha raccontato la storia di Abdulaziz, che era fuggito dalla Somalia assieme alla moglie. La trovate tradotta qui.

Sopravvissuti al lunghissimo viaggio, nel gennaio 2018 Abdulaziz e la moglie erano riusciti a salire su un gommone ma erano stati arrestati dalla guardia costiera e deportati a Triq al Sikka. Lì erano stati separati. Dopo mesi di prigionia, l’UNHCR aveva promesso loro un trasferimento in Niger.

Abdullaziz non ce la faceva più. Denutrito e spaventato, non aveva neanche la possibilità di stare con sua moglie. Poteva vederla solo per 10 minuti a settimana, come da regolamento del campo. 18 ottobre trasferirono in Niger 135 profughi, ma non Abdulaziz.

Dopo 9 mesi nell’inferno di Triq al Sikka, il 25 ottobre 2018, Abdulaziz si diede fuoco, uccidendosi.

Che ne è della moglie? E’ ancora lì?

I morti a Zintan

E’ il lager dove abbiamo più testimonianze di morti. Tutte per malattia. C’è un’epidemia di TBC anche qui.

Ecco i nomi che sono riuscita a reperire grazie al Coordinamento Eritrea Democratica:

Haftom  o Habtom Kidane, 32 anni.

Il dentista Habtom Kidane

Era un dentista eritreo, di Mendefera. Amava il calcio e il ciclismo.

Nel febbraio 2018 era riuscito a salire su un gommone diretto in Italia. Dopo 12 ore in mare, la cosiddetta guardia costiera libica lo prese e lo “riportò” in Libia.

Secondo alcune testimonianze – che sto controllando – prima fu portato a Triq al Sikka e poi spostato a Zintan.

Dove contrasse la TBC?

Habtom è morto a Zintan, a dicembre 2018.

Ma non è stato il solo.

Andom Girmai, 27 anni;

Munir Jemal, 22 anni, di Asmara;

Yosief Tesfamariam, 22 anni, di Molki;

Dejen Gebretinsae, 20 asnni, di Serha;

Yonas Gebrekurustos, 33 anni, di Kebabi, regione di Molki;

Abdela Afa, 27 anni, di Tesseney;

Sele Welderfiel, 23 anni, di Adi Quala (Adi Kual);

Yahya Ibrahim, 20 anni, di Gahtelai;

Sham Negasi, 20 anni, di Asmara;

Mebrhit Desta, 25 anni, della regione di Debub;

 Isak Gerezgiher, 22 anni.

Come vedete sono tutti ragazzi giovani. Erano sani prima di entrare a Zintan. Lì si sono infettati.

Pare ce ne siano altri.

Sto verificando quanti di loro siano stati deportati in Libia dalla guardia costiera addestrata e finanziata dal Governo italiano.

Un ragazzino mi ha raccontato la morte del suo amico (che è uno dei nomi che ho pubblicato qui sopra).

Una testimonianza drammatica e vera. Talmente drammatica e vera che ha fatto rizzare le antenne alle bestie di Salvini.

Non ho finito con il campo di Zintan.

Bimbo di 5 o 6 anni

Sally Hayden segnala anche la morte di un bimbo di 5 o 6 anni per appendicite. Denuncia che nessuno lo ha operato o curato. E’ successo a settembre 2018.

In questo, come in altri campi, i morti vengono lasciati per ore assieme ai vivi. E poi? Dove vengono seppelliti? Da chi vengono avvisate le famiglie?

Adesso faccio una pausa. Come vedete ho parlato solo di 3 campi di concentramento governativi. Ce ne sono più di 40 e sono appena all’inizio.

Io sono una persona normale.

Per poter contare e commemorare tutte le altre morti, ho bisogno di riprendere fiato. Pensare che ciò servirà a qualcosa. Sognare che la gente scenda in strada con le foto di questi ragazzi e chieda al Governo italiano di

– interrompere subito l’addestramento e il finanziamento della guardia costiera libica.

– togliere la SAR alla Libia.

– evacuare immediatamente tutti quelli che sono ancora vivi in questi lager dove – ricordo – sono in atto epidemie di tubercolosi. Fare loro un test e trasferire i malati in strutture ospedaliere.

– risarcire le vittime e i loro familiari.

– rispondere personalmente di ciò che è stato fatto loro.

– e magari anche smettere, SMETTERE, di perseguire come criminali Mediterranea, Sea-Eye, Open Arms e tutte le navi che salvano persone. Che le salvano dal mare e dalla morte nei lager.


Un’altra domanda che dovreste farvi, infine, è:

Perché questo elenco è stato pubblicato su un piccolo blog e non su un giornale o letto in televisione?

Io sono una persona normale e questa cosa me la chiedo.

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  3 Commenti per “Ci nascondono i morti nei campi di concentramento in Libia. Li conto io.”

  1. Come posso aiutarti?

    • Ciao Paola
      non ti conosco ma ti rispondo subito: IN UN SACCO DI MODI !!!
      E anche altri possono aiutare.

      L’aiuto grosso che mi avete già dato sono i tantissimi messaggi di vicinanza che mi stanno arrivando su Twitter.
      E’ bellissimo non sentirsi soli.

      Poi, per chi vuole, c’è un aiuto pratico.
      Spulciate web e social network alla ricerca di notizie. Tutto è importante.
      A volte è difficile perché molte sono in arabo o in tigrino. Io mi sto facendo aiutare da qualche amico.
      Ma si trova anche molto in inglese, francese, tedesco.

      Io faccio liste di nomi e fatti e poi chiedo a chi c’è stato. Perché i nomi e i fatti non mi bastano per ricordare delle persone.

  2. Sei bravissima, grazie perquesto lavroo mraviglioso che stai facendo. Mi piacerebbe che tutti gli italiani leggessero e ne fossero a conoscenza, condivido su fb il link a questa tua interessantissima pagina.

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