In questo periodo il mio blog dà voce alle persone rinchiuse nei lager della Libia. Leggi gli aggiornamenti!

Ott 072019
 

Ato Solomon arriva in Europa

Ato Solomon è fuori dalla Libia! Una bella notizia per chi sta seguendo da mesi la storia della deportazione segreta.

Su questo blog siete abituati a leggere storie tristi e agghiaccianti, che finiscono male, o meglio, non finiscono, perché la Libia è un inferno da cui spesso non si esce. Sono storie di persone a cui, lo sento, molti di voi si affezionano.

Ato Solomon lo conoscete tutti e sapete che quello che uso non è il suo vero nome: E’ un nome simbolico, il  nome di uno dei personaggi di Solidarancia. Sei mesi fa, su questo blog, ho chiamato Ato Solomon un ragazzino chiuso in un lager, sperando che il nome portasse a lui un po’ di fortuna.

Ha funzionato, ed ora sono qui a raccontarvi la vera avventurosa storia del giovane Ato.

La deportazione segreta

Il 1 luglio 2018 il giovane Ato, minorenne eritreo, era su una piccola imbarcazione in mezzo al mar Mediterraneo, assieme ad un centinaio di coetanei. Ragazzi e ragazze che fuggivano da varie guerre e dittature.

Dopo 20 ore di navigazione, mi hanno raccontato i ragazzi, chiamarono i soccorsi italiani. Di recente ho ritrovato chi era accanto al telefono e ha ascoltato le due chiamate.

Arrivò la notte e i ragazzi vennero presi a bordo da una nave cargo battente bandiera italiana. C’era anche altra gente catturata su altri due gommoni. Il comandante, italiano, li rassicurò: “Adesso dormite. Domani vi sveglierete in Italia”.

(NOTA:  Il ministero dei trasporti italiano rifiuta di fornire agli avvocati ASGI accesso alle comunicazioni di quella notte, quindi ancora non posso accertare che la dinamica dei fatti sia esattamente questa)

La mattina dopo, comunque, apparve la costa della Libia e tutti furono tutti deportati nei campi di concentramento “governativi”.

Ato Solomon finì nel terribile lager di Tarek al Mattar. Poi, il 4 settembre 2018, dopo l’attacco armato, venne spostato nell’altrettanto terribile Zintan.

Ato Solomon a Zintan: fame, sete e morte.

A Zintan, nella cella dove lo rinchiusero, ammassato assieme ad altre cinquecento persone, era in atto un’epidemia di tubercolosi.

Certi giorni davano cibo una volta al giorno, sempre lo stesso: una ciotola di pastina con il sale, quella nella foto qui sotto, da dover dividere in 2 persone.

A volte non davano nulla, per giorni (anche 5) e l’acqua era razionata (un bicchiere a testa al giorno).

Senza proteine, il corpo consuma se stesso. Senza acqua, non si riesce neanche a sollevare la testa. Il fisico cede, arrivano le allucinazioni, si viene aggrediti da ogni tipo di malattia. Senza medicine, si muore.

Tra i ragazzi vittime della deportazione segreta, il primo ad andarsene fu Josi. Tubercolosi. Agonizzò per giorni. Gli amici lo vegliarono. Infine, si spense.

Josi stava bene quando l’Italia lo aveva deportato in Libia e chiuso nel lager di Zintan.

Il giovane Ato Solomon resisteva. Il suo corpo, sul pavimento piano di vermi che avete visto in televisione, non voleva mollare. Chissà, quando, accasciato sullo stesso pavimento, scovò il coetaneo Yaya, forse credette di essere vittima di un’allucinazione. Yaya, il suo migliore amico d’infanzia, lasciato in Eritrea, appariva lì, a migliaia di chilometri da casa, sul pavimento, a pochi metri da lui. Una visione creata dalla disidratazione? No, c’era davvero. I due ragazzini, riuniti nell’orrore, ma riuniti, furono per un istante felici. Ma durò poco. Yaya si ammalò. Tubercolosi. Yaya morì.

Il giovane Ato Solomon era di nuovo solo. Accanto a lui il pavimento si spopolava. La gente si spegneva. Tubercolosi. I cadaveri venivano lasciati sul pavimento. Solo dopo giorni portati via, non si sa dove.

“Help me, Sister” mi scrisse Ato via whatsapp.

Era il marzo 2019 e lo avevo trovato. Non potevo aiutarlo. Ma potevo ascoltarlo. Volevo ascoltarlo. Volevo capire. Allora stavo cercando i deportati della Asso Ventotto e lui, mi disse, era stato vittima di una deportazione segreta.

La lista delle vittime della deportazione segreta  

Ci mettemmo una settimana, io , Ato e altri ragazzi e ragazze, a stilare un elenco delle persone che la nave italiana aveva deportato in Libia il 2 luglio 2018. Nella lista, Ato Solomon (o meglio il suo vero nome) era nella prima riga.

La rete si allargava, settimana dopo settimana, fino ad uscir fuori dalla Libia, fino in Niger. Perché, nel frattempo, UNHCR aveva evacuato qualcuno. Alcuni avvocati ASGI, da me contattati, presero un aereo e volarono in Niger a prendere le procure. Sì, mi dissero, siamo di fronte ad un respingimento illegale.

Ma torniamo ad Ato.

La fuga di Ato Solomon

“Ho deciso di fuggire da Zintan” mi comunicò, un giorno, il giovane Ato.

Il sangue mi si gelò nelle vene: quella settimana il fronte della guerra era tra Tripoli e Zintan. Ammesso che il ragazzino riuscisse a scappare dal lager, ammesso che riuscisse a sfuggire ai colpi di fucile che le guardie libiche amano sparare sui fuggitivi, avrebbe dovuto attraversare il fronte. Impossibile.

“Non andare, è troppo pericoloso”, lo implorai.

Era troppo pericoloso anche rimanere a Zintan. 20 suoi vicini di pavimento erano morti. Non arrivava cibo da quasi una settimana.

“Non voglio morire così” disse lui.

E scappò. Era maggio. Uscì da Zintan, evitò i fucili delle guardie, passò il fronte di guerra e arrivò a Tripoli.

Era un miracolo!

Da Tripoli mi scrisse con un altro telefono (durante la fuga, dei libici lo avevano aggredito e inseguito. Era riuscito a salvare se stesso ma non il telefono).

“Help me, Sister”.

Aveva bisogno di un posto dove stare.

Due giorni a chiamare tutti e poi, alla fine, una soluzione: Pippo Civati mi presentò Rossella Muroni che conosceva un’attivista fantastica che aveva un amico che aveva un amico a Tripoli. Dopo tutto questo giro, qualcuno andò a prendere Ato e lo portò in una casa in cui c’era un letto.

Era circa un anno che Ato non dormiva in un letto.

Ato Solomon a Tripoli

Non esiste un posto sicuro in Libia.

“Help me, Sister” mi scrisse Ato una mattina.

La guerra stava arrivando nel quartiere dove aveva trovato rifugio. La persona che lo ospitava era uscita. Lui era a casa da solo. Colpi di mortaio risuonavano da tutte le parti.

Ato capì, e decise in fretta: doveva fuggire. Di nuovo. A piedi, si diresse lontano dal fronte di guerra. La casa da dove era partito, venne bombardata e crollò.

Ato era di nuovo solo.

Il secondo rifugio di Ato

Quando sei lontano da casa, in un paese dove tutti vogliono ucciderti, oppure prima sfruttarti e poi ucciderti, perché ti vedono diverso da loro, quando chi dovrebbe aiutarti non lo fa (sì, sto accusando lo staff di UNHCR Libia!), hai una sola ancora di salvezza: chi è nella tua stessa condizione.

Ato riuscì a trovare un rifugio, un edificio abbandonato, che era tutto meno che sicuro, non aveva letti, non aveva cibo, non aveva nulla, ma era popolato da profughi come lui e da uno straordinario senso di solidarietà.

E’ così che il giovane Ato, nel frattempo divenuto maggiorenne, sopravvisse per alcuni mesi.

Andava periodicamente all’ufficio UNHCR di Tripoli. Chiedeva aiuto, chiedeva di essere evacuato. NO, rispondevano sempre gli impiegati di UNHCR. Chi scappa da un lager libico non ha più diritto alla protezione UNHCR. Anche se è scappato perché da 5 giorni non davano cibo. Anche se è scappato per non prendere la tubercolosi e morire come i suoi vicini di pavimento. Anche se è scappato dopo indicibili torture.

La decisione di partire

Arrivò luglio. Ato resisteva. Ma non ne poteva più. Decise di partire, di affrontare nuovamente il mare.

Tentai di farlo desistere, erano giorni di terribili naufragi e chi non moriva veniva catturato in mare dalla cosiddetta Guardia costiera libica.

Non mi ascoltò. In quei giorni, venni a sapere dopo, i trafficanti  vendevano a prezzo scontato posti su un barcone fatiscente.

Una sera ero distrutta e andai a dormire presto. Lessi solo il giorno dopo il messaggio con cui Ato Solomon mi salutava. Aveva tanto il tono di un addio:

Sono in Libia, a Tripoli
Tu e io, 6 mesi
Ancora grazie
Adesso me ne vado in un posto vero
Inshallah, domani prendo il mare
Goodbye

Ato Solomon, la sera del 24 luglio 2019

Avevo paura. Potevo solo aspettare. Ma avevo paura.

Scorrevano le ore, inquiete. Poi mi avvisarono: barcone rovesciato, 150 morti.

Il terrore si impradronì di me.

Erano mesi che scrivevo ad Ato Solomon. Lui rispondeva sempre dopo pochi secondi. Ci provai:

Niente.

Ma poi, dopo 4 minuti lunghissimi…

Non era partito.

Non so perché, non lo sa neanche lui. Ma qualcosa dentro di lui, quella notte, suggerì che era meglio non andare. Cosa? Forse quella stessa forza che lo aveva spinto fuori Zintan, attraverso il fronte di guerra. Forse quello stesso istinto che lo aveva fatto fuggire dal suo letto provvisorio nella casa che crollò senza di lui.

Ato Solomon era ancora vivo.

E poi…

E poi un giorno partì davvero.

38 ore di viaggio su un gommone. Sfuggendo alla cosiddetta guardia costiera libica e al mar Mediterraneo, entrambi avidi di giovani vite.

E poi approdò in Europa. E mi chiamò.

E oggi è in Europa.

Ato Solomon è un nome simbolico

Io non ho potuto far nulla per il giovane Ato, ha fatto tutto da solo.

Io ho soltanto fatto il tifo per lui, sempre.

Ato Solomon è un nome simbolico, forse porta fortuna, non so se credo alla fortuna, ma in ogni caso ora lo passerò a qualcun altro, perché nell’orrore libico la fortuna sembra essere l’unica forza in grado di aiutare i rifugiati.

E questa storia, che finisce bene, mi serve tanto, per andare avanti.

IL DIARIO DELLA DEPORTAZIONE SEGRETA

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