In questo periodo il mio blog dà voce alle persone rinchiuse nei lager della Libia. Leggi gli aggiornamenti!

Nov 272019
 

bambino scudo umano in Libia

Ho trovato un bambino che è stato usato come scudo umano in un lager libico costruito sopra un deposito di missili e altre armi da guerra. Ma non è uno, ce ne sono tanti altri.

Questo appello, che faccio al solito sordo UNHCR, è per salvare tutti questi bambini.

Ma, intanto, raccontiamo la storia del bambino che ho trovato:

Il bambino usato come scudo umano ha 10 anni

E’ cittadino nigeriano e ha solo il papà, perché la mamma è stata uccisa in Nigeria dall’organizzazione terroristica Boko Haram. Lo chiameremo Luca.

Luca non è il bambino della foto qui sopra, ma quella foto è comunque connessa alla sua storia, non la dimenticate!

Lui e suo padre si sono messi in viaggio per fuggire dalla Nigeria, sono arrivati in Libia e hanno tentato di raggiungere l’Europa via mare. Era aprile. Sono stati catturati (non salvati) dalla cosiddetta guardia costiera libica: una motovedetta (non so quale, ma poteva benissimo essere una di quelle regalate dal Governo Italiano. Quindi poteva essere anche la motovedetta criminale Ubari) ha affiancato la loro piccola imbarcazione, ha catturato tutti gli occupanti e li ha deportati in Libia.

Ad aprile 2019 quasi tutti i rifugiati catturati in mare venivano deportati nel lager libico di Tajoura, finanziato dall’Italia.

Anche Luca e suo padre finirono a Tajoura, luogo infernale dove le guardie torturano, violentano e uccidono i rifugiati e da dove il Governo Italiano fa uscire solo fotine di truccabimbi e partitelle di pallone.

Il lager di Tajoura, però, è anche altro: è un deposito di missili e altre armi da guerra

Tutti i rifugiati che sono stati a Tajoura descrivono lo stesso enorme deposito di armi e bombe.

“Missili, mitragliatrici, AK47, anche carri armati” elenca questo rifugiato che è riuscito a fuggire.

A Tajoura i rifugiati vengono costretti al lavori forzati. Soprattutto scaricare camion e scaricare e pulire armi da guerra.

I rifugiati che rifiutano di svolgere i lavori forzati vengono torturati o anche uccisi, come è accaduto a Ahmed, che è stato giustiziato davanti a testimoni con un colpo di pistola alla testa.

Lavoro forzato è anche combattere in guerra. Molti rifugiati detenuti a Tajoura sono stati mandati a combattere per Al Serraj, compreso un mio amico (lo chiamerò Ant). E’ accaduto nella primavera 2019.  Ant, cristiano e pacifista, è stato costretto ad andare a combattere in prima linea, con un fucile in mano. Mi ha raccontato che molti dei suoi compagni sono stati uccisi in una battaglia.

Peter era invece un ragazzo che ha rifiutato di andare a combattere. E’ stato giustiziato dalle guardie con un colpo di pistola.

Sopra il deposito di armi da guerra di Tajoura ci sono i migranti, usati come scudi umani.

Anche il piccolo Luca era lì, assieme ad altri bambini, anche più piccoli di lui, il 7 maggio del 2019, quando una bomba arrivò sul tetto dell’hangar 3 del lager di Tajoura.

In questa foto sotto, scattata il giorno dopo a Tajoura, ci sono due bimbi che erano con Luca. Sia loro che la loro mamma erano scudi umani, deportati in Libia con motovedette di italiana fattura e resi scudi umani.

Già allora si sapeva che Tajoura fosse un deposito di armi da guerra a cui i rifugiati deportati in Libia dovevano fare da scudo umano. Lo scrisse anche, a chiare lettere, la bravissima giornalista Sally Hayden, che è l’unica voce da leggere sull’argomento Libia, l’unica voce onesta e libera.

Non lo scrissero invece i giornalisti italiani, neanche quelli famosi e santificati come amici dei migranti. Gente che ho smesso da tempo di leggere. Perché non lo scrissero? L’Italia regalava alla cosiddetta guardia costiera libica le motovedette che servivano a deportare la gente a Tajoura trasformandola in scudo umano e “i santi giornalisti amici dei migranti” tacevano.

Eppure la pratica di usare civili come scudi umani è un vero e proprio crimine di guerra (e viola la Convenzione di Ginevra). Non sarebbe una notizia importante da pubblicare su un giornale, questa?

Torniamo al piccolo Luca. Scudo umano anche nel bombardamento successivo.

Luca rimase a Tajoura con il suo papà e la sera del 1 luglio 2019 dormiva sul pavimento sporco, ammassato ad altri 130 corpi, quando, dopo la mezzanotte, arrivò il primo bombardamento aereo.

La storia l’ho già raccontata, ma lo rifaccio, perché non va dimenticata: dopo il primo raid alcuni rifugiati, terrorizzati, implorarono le guardie di farli uscire, ma le guardie non aprirono la porta: lo scudo umano deve rimanere in servizio, anche se è un bambino di 10 anni.

Alcuni rifugiati allora ruppero una finestra ed uscirono all’esterno, ma il vice capo della polizia di Tajoura sparò loro addosso. Ferì moltissime persone e ne uccise una. Lo scudo umano, se si ribella, va abbattuto.

Luca e il suo papà rimasero dentro l’hangar, tremando di paura e poi… arrivò il missile. Crollò tutto, le macerie mescolate ad arti amputati e corpi in poltiglia.

Questo vide Luca, nell’hangar dove era rinchiuso. Addosso a lui pezzi di muro e pezzi di esseri umani che non vivevano più.

Questo videro i bimbi usati come scudi umani a Tajoura:

Luca era proprio nell’hangar bombardata, sì. Ma fortunatamente si trovava in un angolo giusto di pavimento. Anche il suo papà era vivo e assieme, con un altro rifugiato che li aiutava, uscirono dalle macerie, raggiunsero l’esterno, sfidando il destino, sfidando il vice capo della guardie che sparava addosso agli scudi umani sopravvissuti.

E poi? L’UNHCR evacuò uno scudo umano di 10 anni?

Dopo il bombardamento di Tajoura (in cui secondo la stampa persero la vita 55 persone, secondo i rifugiati almeno 100) l’UNHCR non fece assolutamente nulla e gli stessi sopravvissuti di Tajoura decisero di marciare per chiedere di essere salvati. Dopo un’accesa protesta, supportata da attivisti di tutto il mondo, furono ammessi nel GDF (edificio UNHCR, l’unico posto sicuro a Tripoli). Ma UNHCR sta tutt’ora brigando per farli uscire.

A settembre 2019 UNHCR fece, finalmente, un volo di evacuazione per Roma con 98 rifugiati.

Passò alla stampa la notizia e la foto che avete visto qui in cima, questa:

bambino scudo umano in Libia

Era il piccolo Yousef, bimbo somalo di 7 mesi.

Pochi giorni dopo, Carlotta Sami, in una conferenza indetta dal PD per parlare di Libia, dichiarò che su quel volo c’erano bambini (usò il plurale) che erano nati in detenzione (potete ascoltarla al minuto 14:50 di questo video).

“Evviva”dicemmo tutti “UNHCR evacua i bambini!”

Era vero?

No.

Come ho già raccontato, Yousef era l’unico bambino su quel volo. (Bambino fortunato, probabilmente è stato evacuato per poter fare la foto).

Luca, invece, non c’era.

Luca è oggi ancora in Libia.

Si trova nel GDF dove ancora NON si parla della sua evacuazione.

Perché?

Un bambino usato 2 volte come scudo umano dall’esercito libico, traumatizzato, non dovrebbe essere in cima alla lista delle priorità di evacuazione di UNHCR?

Cosa possiamo fare?

Mi chiedete sempre cosa possiamo fare noi da qui. Io rispondo sempre che qualcosa possiamo, che possiamo protestare, chiedere, scrivere, diffondere, lottare e soprattutto raccontare.

Scrivete a UNHCR, chiedete l’evacuazione di Luca e di tutti gli altri bambini dalla Libia!

Raccontate a tutti che i rifugiati vengono deportati in Libia (dall’Italia!) anche per essere usati come scudi umani! Raccontate che l’Italia sta aiutando la Libia a fare questo.

Questo articolo lo dedico a tutte le persone libere, ma libere dentro, a quelli che vivono faticosamente ma mai, MAI, accetterebbero di diventare scribacchini stipendiati da testate giornalistiche omissive.

Lo dedico alle persone normali come me. Ieri un rifugiato, dalla Libia, mi ha ringraziato perché sto scrivendo queste storie. Ho risposto: “E come potrei tacerle?”.

Lo dedico anche a Niccolò, che oggi mi ha scritto che vuole fare qualcosa, a Francesco, che questa settimana ha sostenuto il mio blog, e a Marina, che dopo aver letto le storie che racconto mi ha scritto, citando Martin Luther King: “Io non temo la cattiveria dei malvagi ma il silenzio degli onesti”.

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