In questo periodo il mio blog dà voce alle persone rinchiuse nei lager della Libia. Leggi gli aggiornamenti!

Set 132019
 

98 rifugiati

Atterra a Roma un volo con 98 rifugiati provenienti dai lager della Libia.

Chi sono? Sono amici miei!!!

La storia di questo volo mi ha tenuto in fibrillazione per ben 2 mesi.

Il volo era stato annunciato da UNHCR all’indomani del bombardamento di Tajoura, in cui persero la vita circa 100 persone (per i giornali italiani solo 53 o 55), di cui almeno una uccisa dalle guardie del lager, che durante l’attacco aereo sparavano per impedire ai rifugiati di fuggire.

“Partirà giovedì” aveva detto lo staff di UNHCR Libia.

Ma il primo giovedì, nulla.

Al lunedì, di nuovo: “Partirete giovedì”, hanno annunciato ai rifugiati. Molti erano in Libia da anni, finalmente spostati al GDF (Gathering and Departure Facility) di Tripoli, un luogo dove NON ci sono torture, uno dei pochi. Altri erano in lager terribili come Triq al Sikka (qualcuno ha scelto di lasciarli lì fino ad un secondo prima della partenza).

Il secondo giovedì, nulla. E di nuovo, il lunedì: “Si parte”.

Quando parte il volo? Giovedì.

Così è stato per 9 settimane. A me ogni lunedì saliva la nausea e ogni giovedì la rabbia. Non riesco ad immaginare cosa provassero le 98 persone che erano state scelte per la salvezza.

Chi erano i 98 rifugiati destinati alla salvezza.

Tra di loro tantissimi minorenni non accompagnati.

C’erano i ragazzini eritrei di Zintan, da più di un anno tra la vita e la morte, sul pavimento verminoso che abbiamo visto una volta in tv, senza cibo per settimane, a guardare i loro vicini di pavimento morire di TBC.

C’erano i ragazzini sudanesi di Tajoura. Non quelli sopravvissuti al bombardamento del 2 luglio – che sono ancora in Libia – ma quelli sopravvissuti alle torture e agli omicidi compiuti dalle guardie di questo lager finanziato dall’Italia (ci vuole il grassetto).

C’erano le donne di Triq al Sikka – pochissime rispetto a quante ne sono rimaste – lasciate a Triq al Sikka fino all’ultimo momento.

C’erano un fratello e una sorella che hanno affrontato l’inferno.

Quando parte il volo? Giovedì.

Dopo 8 giovedì, ve lo giuro, ho maledetto UNHCR Libia e la danza macabra a cui stava condannando degli esseri umani.

Lunedì scorso non ho dato peso al solito messaggio che puntuale, mi arrivava dalla Libia. Puntuale ma sempre più spento, settimana dopo settimana.

Invece, poi, martedì è successo qualcosa: hanno dato un orario: le 9 del mattino.

Era la prima volta che, oltre il giorno, davano anche l’ora.

E poi, è successo.

Mercoledì sera l’abbiamo passato a creare una rete di contatti tra chi andava e chi rimaneva, per non perderci in questo mondo folle.

“Scriviti il mio numero su un pezzo di carta!” raccomandavo a tutti, perché dopo 6 mesi ad occuparmi di terribili deportazioni e periodici e istituzionalizzati furti di telefoni cellulari, non riuscivo a credere che avrebbero lasciato loro il telefono.

Stamattina la conta, lager per lager, drammatica e frenetica, di chi era stato prelevato e chi no.

L’ultima telefonata dall’areoporto libico di partenza. A mezzogiorno.

E infine il buio. Diverse ore, in cui mi sono sentita come quelli di Cape Canaveral mentre Michael Collins orbitava sull’Apollo 11, solo, senza contatto radio. The dark side of the moon, ma sulla Terra, un pianeta in cui, quando nessuno guarda, avvengono deportazioni segrete e assalti armati in mare.

E, alla fine, mi ha chiamata lui, il più piccolo, appena atterrato a Roma.

“I am in Italy”.

I 98 rifugiati sono davvero arrivati in Italia!

In queste ore li stanno dividendo tra circa una decina di centri di accoglienza sparsi per l’Italia.

Si può dividere la gente fisicamente, ma non la si può separare da ciò che è: i 98 rifugiati sono dei sopravvissuti che rimarranno sempre uniti in ciò che hanno vissuto e che non si separeranno mai dai loro amici rimasti in Libia.

Le prime parole di tutti quelli con cui ho parlato, i primi pensieri, sono stati tutti per i compagni rimasti in Libia. Per le ragazze di Triq al Sikka, per chi lotta contro la fame e la TBC a Zintan (oggi sono malati in 75), per chi è ancora a Tajoura (lager che NON è stato chiuso ma inghiotte ancora esseri umani catturati in mare dalla cosiddetta Guardia costiera libica, complice dell’Italia), per i sopravvissiti al bombardamento di Tajoura che l’UNHCR vuole cacciare dal GDF.

Oggi è giovedì, festeggiamo 98 persone uscite dall’inferno libico.

Ma domani si ricomincia.

Tra i 98 rifugiati, molti sono miei amici. Molti sono i protagonisti delle storie che avete letto su questo blog.

Ma ce ne sono ancora tanti rimasti in Libia.

“I don’t give up” ci scriviamo io e Kissa, che viene sempre esclusa dalle liste di evacuazione.

I 98 rifugiati dovevano essere 100.

C’erano anche un fratello e una sorella che sono stati lasciati in Libia dopo due mesi di speranze rivelatesi vane.

Ciò mi provoca una grande rabbia. In questi 6 mesi di attivismo per i rifugiati in Libia, però, ho imparato molto bene in cosa devo trasformare la mia rabbia.

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