In questi due mesi ho seguito il percorso di accoglienza e integrazione dei rifugiati evacuati a febbraio dalla Libia. Ecco dove sono finiti.

Con la ripresa dei voli di evacuazione dalla Libia, dopo una sospensione di oltre due anni, la sera del 28 febbraio atterrò a Roma Fiumicino un aereo con 99 rifugiati e richiedenti asilo vulnerabili di varie nazionalità. Il tutto organizzato grazie alla cooperazione tra l’UNHCR e i ministeri italiani dell’Interno e degli Affari Esteri.

bambini rifugiati evacuati dalla Libia

Sul volo c’erano “ben” 4 bambini. Questa è una bella novità! Nei voli di 2 anni fa UNHCR caricava soltanto un solo bambino per aeromobile. Perchè? Soltanto tra le famiglie che conosco a Tripoli, ci sono 840 bambini sotto i 10 anni in attesa di evacuazione! Come scrissi e denunciai all’epoca, l’unico bambino veniva ampiamente fotografato e la foto finiva su tutti i giornali. La fortuna di quel bambino derivava dal fatto che dovessero fare una foto?

L’arrivo in Italia dei rifugiati evacuati

L’arrivo in Italia è stato un po’ movimentato: l’aereo è atterrato di sera e all’aeroporto di Roma Fiumicino i 99 rifugiati evacuati sono stati sottoposti al terzo tampone Covid (i primi due li avevano fatti in Libia).

Due ragazze sono risultate positive al tampone e alloggiate presso un albergo romano per la quarantena.

Gli altri 97 rifugiati invece, con un interminabile viaggio nella notte, sono stati trasportati al CARA di Capo Rizzuto (Crotone) e lì isolati per dieci giorni di quarantena preventiva Covid. Nessuno di loro aveva credito sul telefono e nel CARA non c’è un wifi a disposizione dei rifugiati. Così ci ho messo 10 giorni solo per mandar loro un messaggio (situazione kafkiana che ho raccontato qui).

La fine dalla quarantena

Le due ragazze positive al Covid terminano la quarantena, vengono fatte sloggiare dalle stanze dell’hotel e gli addetti le mettono su un taxi per l’aeroporto di Fiumicino senza troppi convenevoli. Non hanno contatti da chiamare. Non parlano inglese. Cercano di telefonare a UNHCR, che non risponde al telefono. Chiedono aiuto ad un amico in Libia, il quale chiama me. Contatto UNHCR tramite numeri di cellulare che faticosamente recupero qua e là. Chiedo se hanno perduto due delle rifugiate evacuate, ma rispondono che non possono darmi informazioni. “Le informazioni ve le sto dando io” ribadisco “le ragazze sono per strada all’aeroporto di Fiumicino”. Mi chiedono i loro numeri di telefono.
Alla fine ho saputo che le ragazze, rimaste sole e abbandonate, hanno preso un pullman e lasciato l’Italia. Per un paese meglio organizzato, suppongo.

Dal CARA di San’Anna, intanto, gli altri 97 rifugiati evacuati vengono smistati in vari progetti di seconda accoglienza del sistema di RETESAI (Sistema Accoglienza Integrazione) disseminati su tutto il territorio nazionale.

Le donne

rifugiati evacuati

Cinque ragazze sole, etiopi e sudanesi, sono ripartite verso nord e arrivate nelle Marche, accolte nei progetti gestiti dalla Cooperativa Sociale NuovaRicerca.AgenziaRes. Un ente gestore virtuoso che gestisce 6 progetti SAI (ex sprar) nei comuni costieri della provincia di Fermo e 2 nella provincia di Ascoli Piceno, per un totale di quasi 200 posti.
Appena arrivate, le rifugiate hanno ricevuto vestiti nuovi, controlli medici, il vaccino del Covid (è facoltativo, ma il 100% dei rifugiati di tutta la coperativa ha scelto di farlo) e sono state subito inserite nei corsi di lingua italiana.

Le ragazze hanno subito deciso di raccontare gli orrori subiti in Libia: con il supporto degli operatori SAI, hanno girato e diffuso alcuni video di denuncia sul canale youtube di Refugees In Libya, la protesta dei migranti di Tripoli. “Vengo dall’Etiopia” si presenta una di loro “ho attraversato il deserto e sono rimasta in Libia per cinque anni”. Un periodo difficilissimo, in cui la ragazza è stata detenuta nei campi libici. Dormiva in terra, senza cibo, senza acqua potabile. “Ho visto uccidere persone, stuprare donne” continua “Anche io sono stata violentata, quattro volte. Ti chiedono soldi e se non paghi ti torturano: ti tagliano mani e piedi, ti danno scosse elettriche…”.

Alessandro Fulimeni, portavoce della cooperativa NuovaRicerca.AgenziaRes, mi racconta che, oltre ad integrare, nei suoi progetti si cerca di curare i pesanti traumi fisici e psicologici che affliggono chi proviene dalla rotta libica. I voli di evacuazione hanno tirato fuori i rifugiati dalla Libia, adesso psicologi e assistenti sociali hanno l’arduo compito di tirar fuori la Libia dai rifugiati. Non è facile. Tra le ragazze arrivate da Tripoli, il tasso di quelle che hanno subito violenze sessuali è del 100%. I rifugiati soffrono anche di altri traumi: alcuni, dopo anni di detenzione nei lager libici, non riescono più a mangiare la pasta, che lì è l’unico cibo (cannolicchi sconditi serviti in grandi ciotole comuni poggiate in terra). Hanno problemi a dormire e tutti i tipi di incubi.

la consegna del cibo nel lager libico di Ain Zara – 2022

Ricominciare è possibile. Gli ospiti dei progetti di RETESAI vengono accompagnati nella loro nuova vita italiana: nello studio, nel lavoro. “In mondo del lavoro italiano è problematico” ci spiega Alessandro Fulimeni “Stiamo molto attenti alla questione dei tirocini formativi, che non devono diventare una forma di lavoro senza stipendio”. I suoi ospiti provengono dal sistema di schiavitù libico: sono stati venduti dai direttori dei campi e utilizzati per i lavori forzati.

La RETE SAI

Attualmente la RETESAI finanzia 848 progetti di accoglienza affidati a 720 enti locali e coinvolge oltre 1800 comuni italiani. Un totale di 35.898 posti (28.451 ordinari, 6.644 per minori non accompagnati, 803 per persone con disagio mentale o disabilità). Vengono aperti centri soltanto nei comuni che ne accettano la presenza. “La volontarietà dei Comuni va superata” si lamenta Fulimeni “L’accoglienza deve essere un diritto, non una concessione”.

La famiglia con il bambino

Una mamma eritrea con due figli è rimasta in Calabria, alloggiata in un centro SAI nel piccolo comune di Plataci (CS). Il borgo, appollaiato sul versante orientale del Pollino, è storicamente popolato dagli arbëreshë, italo-albanesi, che parlano ancora l’antica lingua, e ospita famiglie di varie nazionalità africane e asiatiche. Qui sono tutti molti fieri dal clima interculturale che si respira a Plataci.

La famigliola eritrea mi racconta che ora vive in un appartamento indipendente al centro del paese. La mattina la mamma accompagna a scuola suo figlio di 7 anni. Una vita finalmente normale per una famiglia che in Libia ne ha passate tante, compresa la reclusione del terribile lager di Tajoura.

La portavoce dell’associazione Jete , che gestisce il centro SAI locale (37 posti) Maria Rosaria Bellusci mi spiega che a Plataci assegnano un appartamento ad ogni nucleo familiare. “Il piccolo della famiglia eritrea” ci racconta “sta imparando sia l’italiano che l’albanese, gioca a pallone in piazza e si è subito integrato con i compagni di scuola, tra cui c’è mia figlia”.

NDA Un altro progetto buono. Esempio di benaccoglienza. Sopresi? Io sì, prima di iniziare questa inchiesta ero convinta che il sistema di seconda accoglienza italiano (mal finanziato e osteggiato) fosse una schifezza (come quello della prima accoglienza). Invece no.

A Plataci c’è una nota interessante: la scuola di Plataci rischiava la chiusura per le poche iscrizioni e i bambini arrivati dall’estero l’hanno salvata.
Molti piccoli comuni stanno cogliendo l’opportunità di ripopolare i loro borghi e tenere aperte le loro scuole. Ma a volte c’è chi esagera.

I rifugiati evacuati finiti in Irpinia

Quattro rifugiati eritrei e uno sud sudanese sono stati alloggiati nel borgo abbandonato di Conza della Campania (AV), epicentro del terribile terremoto del 1980. Gli abitanti si sono trasferiti nella Conza nuova, a due chilometri di distanza, mentre i rifugiati sono stati alloggiati nel paese disastrato, in uno dei rarissimi edifici con tetto e pareti integre.

rifugiati evacuati dalla Libia a Conza della Campania

Li vado a trovare il 26 marzo, a quindici giorni dall’arrivo nel progetto. Li trovo ancora senza vestiti, sim card, vaccino Covid, corso di italiano. Ricevono solo cibo, che cucinano loro stessi. Uno di loro ha solo un paio di ciabatte. Fa freddo in questo luogo solitario e silenzioso. Le case vicine, sventrate dal sisma, con le finestre sfondate e cartelli di divieto d’accesso vecchi di quarant’anni, compongono un paesaggio spettrale. Nessun italiano sembra vivere qui. Nel centro ci sono anche una decina di ragazzi originari del Bangladesh arrivati circa un anno fa. Ci parlo in inglese perché nessuno di loro conosce la lingua italiana.
I rifugiati mi dicono che vorrebbero imparare l’italiano e conoscere questa Italia da loro tanto agognata, vorrebbero fare il vaccino del Covid, avere un green pass, integrarsi… Nonostante le proteste, l’associazione Irpinia 2000 Onlus, che gestisce questo e altri sei progetti in provincia di Avellino con una quarantina di lavoratori, non si muove.

Gli attivisti per i diritti umani invece reagiscono: su Twitter diffondiamo la situazione dei rifugiati evacuati a Conza della Campania.

L’operazione ha un successo strepitoso: gli utenti di Twitter fanno shopping online e rivestono i rifugiati spedendo loro decine di pacchi con vestiti e scarpe nuove.

Alla fine, il 20 aprile – quarantunesimo giorno di permanenza dei rifugiati a Conza della Campania senza vaccino e senza corso di italiano – scrivo agli efficienti ispettori dell’ufficio centrale della RETESAI chiedendo se un trattamento del genere sia normale. Dopo poche ore, da Conza, i rifugiati mi avvisano che gli operatori del centro li stanno portando all’hub vaccinale e poi alla loro prima lezione di italiano.

(Questa storia ve la racconterò meglio e nei dettagli, promesso!)

Ma, nel frattempo, in questi quaranta giorni di abbandono, due degli ospiti eritrei evacuati dalla Libia hanno abbandonato il progetto e sono partiti verso altre mete.

I rifugiati evacuati che poi “scappano”

“Scappati” è il termine usato da alcuni operatori dei centri SAI. Uso improprio, dato che i richiedenti asilo non sono dei prigionieri, sarebbe più corretto parlare di “abbandono volontario”. Ma il problema di queste defezioni dai progetti di accoglienza rimane. Come prevenirle? La causa, mi spiegano i rifugiati, è spesso la mancanza di fiducia (e soprattutto di informazioni) sul sistema di accoglienza italiano.

I rifugiati evacuati legalmente dalla Libia ricevono la protezione internazionale con più facilità, perché sono stati già selezionati dall’UNHCR per l’evacuazione e i loro casi sono stati già giudicati meritevoli e urgenti. Ma spesso non lo sanno. In un paese in cui le Commissioni territoriali per il riconoscimento della protezione internazionale hanno tempi biblici (ci sono rifugiati che attendono più di un anno l’udienza davanti alla commissione e poi più di un anno la risposta) e spesso rigettano le domande, il passaparola tra i migranti – specialmente quelli arrivati in modo autonomo – fa circolare il consiglio di abbandonare l’Italia e rivolgersi ad altri Stati europei.

Una mancanza di comunicazione bilaterale. “I rifugiati appena arrivati non si fidano di noi” lamentano alcuni operatori SAI “non raccontano e non fanno domande”. La maggior parte dei rifugiati evacuati dal volo del 28 febbraio era in Libia dal 2017: cinque anni in cui i loro interlocutori, i controllori, erano le guardie di quelli che il Governo italiano, per finanziarli, ha definito “centri di accoglienza libici” e tutti gli attivisti per i diritti umani del mondo (compreso il Papa) chiamano “lager libici”. Bisogna ricostruire tutto, anche la fiducia verso l’Italia e gli italiani.

Tra le cause dell’abbandono dei progetti SAI, tuttavia, ce n’è anche una positiva: la volontà di raggiungere amici e familiari in altre città o in altri paesi.

Secondo Alessandro Fulimeni (NB i cui progetti hanno avuto zero defezioni):

Gli abbandoni volontari fanno parte del diritto insopprimibile della persona a cercare, in modo insindacabile, un posto nel mondo. La frustrazione e a volte la rabbia degli operatori dei centri sono tanto maggiori quanto più è assente una propria visione, etica e politica, della dimensione dell’accoglienza, in grado di rompere con una rappresentazione ed una pratica finalizzate al contenimento e in definitiva, al controllo delle mobilità”.

PS Questo reportage è dedicato agli operatori dei centri di accoglienza, al loro lavoro duro e meraviglioso per riportare alla vita persone che l’hanno quasi persa.

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