E’ morto suicida il rifugiato diciannovenne Mohamed Mahmoud Abdulaziz, al termine di dolorosissimi anni in cui, in Libia, è stato abbandonato dall’ONU.

La morte di Mohamed Mahmoud Abdulaziz

Il ragazzo era da tempo detenuto illegalmente nel lager libico di Ain Zara. Negli ultimi mesi ho raccontato questo vergognoso campo di concentramento pubblicando il video della consegna dei “pasti”. Lo ripubblico, perché sono immagini che descrivono ottimamente questo e gli altri lager libici dove l’Europa deporta gli esseri umani che tentano di attraversare il Mediterraneo.

Il video è di febbraio 2022. La pastina che vedete viene fornita al massimo una volta al giorno, posta in ciotole di metallo. Ogni ciotola viene sistemata in terra e deve sfamare almeno quattro o cinque persone. Nei giorni in cui arriva cibo, ognuno si nutre con 50 grammi di pasta. Questa alimentazione priva di proteine porta comunque alla morte dopo alcuni mesi. Qui ci sono più foto e informazioni.

La settimana scorsa ad Ain Zara non è arrivato cibo per 3 giorni.

In questo lager libico si suicida Mohamed Mahmoud Abdulaziz

E’ accaduto l’altro ieri sera. Mohamed si è impiccato. Ne ha dato l’annuncio con un tweet il presidio dei rifugiati di Tripoli;

Il corpo di Mohamed è rimasto appeso alla corda con cui si è impiccato per più di 24 ore.

E’ un’immagine cruda, ma non la possiamo ignorare.

La storia di un suicida in Libia.

I suoi compagni rifugiati raccontano chiaramente gli ultimi mesi di vita del suicida Mohamed Mahmoud Abdulaziz:

  • Nel 2021 il ragazzo vive a Tripoli, nel quartiere di Gargaresh. Cerca di uscire dalla Libia. Attende uno dei voli di evacuazione dell’UNHCR.
  • A ottobre 2021 la polizia libica fa continui raid casa per casa nel quartiere di Gargaresh. Anche Mohamed Mahmoud Abdulaziz viene catturato e deportato nel lager di Al Mabani, dove subisce ogni tipo di abuso.
  • Dopo una settimana di fame e torture, i rifugiati tentano in massa la fuga dal lager di Al Mabani. Sei di loro vengono uccisi a colpi di arma da fuoco dalle guardie libiche. Centinaia di loro rimangono feriti.
  • Gli altri riescono a scappare e confluiscono in una nuova eccezionale realtà: il presidio dei rifugiati di Tripoli. Si accampano di fronte all’ufficio dell’UNHCR, sperando di essere protetti dall’UNHCR. Ma l’UNHCR chiude le porte dell’ufficio e sospende tutte le sue attività nel centro diurno comunitario. Mohamed è con loro.
  • Mohamed trascorre 100 giorni in strada, al presidio, assieme a tantissimi uomini, donne e bambini che chiedono ad UNHCR di non abbandonarli. UNHCR non li ascolta e, anzi, secondo i rifugiati supporta le guardie libiche che sgombrano il presidio a suon di manganelli.
  • Il 10 gennaio 2022 Mohamed viene arrestato al presidio e con tanti altri deportato nel lager libico di Ain Zara.
  • Il 5 giugno Mohamed si suicida.

Le colpe dello staff libico di UNHCR

Secondo il presidio dei rifugiati in Libia, UNHCR ha abbandonato i rifugiati e – cosa gravissima – ha più volte utilizzato milizie armate libiche per attaccare i rifugiati.

Non lo dico io, lo sostengono i testimoni e le vittime. Vi riporto a questo testo dei rifugiati in Libia che ho semplicemente tradotto in italiano.

Di sicuro Mohamed si sentiva abbandonato da chi – l’UNHCR – avrebbe dovuto proteggerlo.

La mancanza di speranza è un patema che affligge moltissimi rifugiati in Libia. Sono ragazzi e ragazze giovani, dovrebbero guardare il futuro, sperare. Ma dopo un po’, dopo magari cinque o sei tentativi falliti in mare, dopo l’ennesima telefonata non risposta all’UNHCR, dopo l’ennesima deportazione in un altro lager, la fame, la tortura, i furti praticati dalle guardie, gli stupri, dopo tutto questo e altro la speranza vacilla, arriva il vuoto, il nero, il nulla.

Tanti ne ho sentiti così, tanti ne ho consolati. Mohamed non lo conoscevo. In questi mesi ho chattato con diversi suoi vicini di pavimento nel lager di Ain Zara. Ciò che noi attivisti possiamo fare è pochissimo, ma ascoltare è importante. Dobbiamo continuare a comunicare co i rifugiati, dobbiamo continuare a lottare con loro e per loro. Non dobbiamo lasciarli soli. Mai.

Nel folle disegno della deterrenza, la distruzione della speranza è l’obiettivo. Senza speranza la gente non parte. Agghiacciante e disumano.scrive themaf su Twitter. Ha ragione.

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