Il  sistema di  sfruttamento economico basato sulla razza, tipico della Germania nazista, è OGGI diventato il sistema sociale vigente nel Governo di Accordo nazionale Libico (con il quale l’Italia fa patti e affari e a cui nella pratica consegna schiavi).

Il 30 aprile 1942, Oswald Pohl, alto ufficiale nazista, ufficializzò con una circolare diretta a Himmler la possibilità di “affittare” ad industrie private manodopera schiava presa dai lager, ribadendo che queste persone potessero essere sfruttate senza limiti, fino al loro sfinimento.

Nel 2010, in Libia, sotto il governo di Muʿammar Gheddafi, uscì la legge n. 19 per l’immigrazione clandestina. L’articolo 6 diceva: “L’immigrazione clandestina è punita con la pena della detenzione con lavori forzati”. Questa legge viene OGGI applicata dal Governo di Accordo Nazionale libico (GNA) nei confronti dei migranti catturati in mare.

Lo schiavismo è il sistema economico e sociale vigente in tutto il territorio del Governo di Accordo Nazionale Libico (con cui l’Italia fa patti e affari).

In Libia, ormai, nessuno usa più normali lavoratori.

Non si assume un operaio, si va nei lager e se ne compra uno. Se un cittadino libico deve costruire un muro, così fa.

Non si assume una domestica, si compra. Per circa 1500 dollari.

In Libia non ci sono più datori di lavoro, ci sono padroni. Che si arrogano in diritto di disporre della vita degli schiavi acquistati, che si sentono in diritto di torturarli, violentarli o ucciderli.

Da dove arriva questo diritto? Semplice: dallo stesso Governo libico, che vende loro gli schiavi.

Le testimonianze che ho raccolto sono diverse centinaia.

  • Lager di Tarek al Mattar (NB finanziato dall’Italia), estate 2018: i rifugiati riuscirono a denunciare alla stampa internazionale la sparizione dal campo di 20 uomini, 65 donne e diversi bambini. «Sono stati venduti come schiavi da Wajdey al Montaser, il direttore», gridarono durante una rivolta repressa con frustate e lacrimogeni.
    Ho ritrovato Maryam, racconta che proprio allora venne venduta dal direttore del campo a un cittadino libico. Finì in una casa di Tripoli, a lavorare come sua domestica: orari terribili, cibo scarso e stipendio pari a zero. Ma non solo. L’uomo la violentava, continuamente. L’aveva comprata, la considerava sua proprietà. (leggi tutta la storia, che ho scritto su Il Manifesto).
  • Lager di Tajoura (NB finanziato dall’Italia): fino al 2 luglio 2019 (giorno del bombardamento) era il principale campo dove venivano deportate le persone catturate in mare ed era il centro di reclutamento principale di schiavi operai e di schiavi soldato. Il lager da cui l’Italia diffondeva rassicuranti foto di truccabimbi e partitelle di pallone era in realtà un deposito di armi da guerra del GNA e i migranti venivano usati come scudi umani.
  • Lager di Triq al Sikka (NB finanziato dall’Italia): nel 2020 e 2021 centinaia di testimonianze ce lo indicano come l’attuale centro di reclutamento degli schiavi soldato. Da questo lager, migranti catturati in mare vengono smistati alle milizie. Per denunciare la cosa, ho scritto una lettera che è confluita in un‘interrogazione parlamentare, ma la viceministra Marina Sereni ha risposto così.

L’Italia celebra la Giornata della Memoria 2021 finanziando i lager libici.

In questi anni, milioni e milioni di euro tolti dalle tasse versate dagli italiani sono stati utilizzati per finanziare e costruire lager in Libia.

L’Italia celebra la Giornata della Memoria 2021 continuando a fornire schiavi alla Libia.

OGGI gli aerei di Frontex scovano gommoni in mare e li segnalano alla cosiddetta guardia costiera libica che, con motovedette regalate dall’Italia, cattura uomini, donne e bambini e li deporta nei lager, da cui vengono venduti come schiavi a privati o utilizzati come schiavi nelle milizie o per la costruzione di opere pubbliche del Governo libico.

Ricordo che la legge 19/2010 non indica un tempo per la detenzione con lavori forzati.

La creazione di questo sistema di schiavismo basato sulla razza è stato influenzato dall’esperienza nazista?

Forse sì.

L’anno scorso, per la Giornata della Memoria 2020, ho pubblicato su questo blog un articolo che, punto per punto, rintracciava tutte le influenze naziste nel sistema dei lager libici. Se lo avete perso, leggetelo. Se lo avete letto, probabilmente lo ricorderete bene. Perché certe verità non si dimenticano.

Al punto secondo, parlavo già dello sfruttamento economico delle vittime e di come i libici oggi, come i nazisti ieri, guadagnano del denaro dalla riduzione in schiavitù delle loro vittime.

Mettere punti sulla carta, nero su bianco, è stato utile per tracciare le linee di un sistema economico e sociale – quello libico – poco raccontato al di sotto della sua superficie.

Ciò di cui sono sicura è che il  sistema di  sfruttamento economico basato sulla razza è diventato il sistema sociale ed economico vigente nel Governo di Accordo nazionale Libico.

Nel 1942 i nazisti si accorsero che potevano sfruttare su larga scala i prigionieri. E lo facero, soddisfatti dell’idea.

Si trattava di manodopera poco produttiva, ma aveva il vantaggio di essere gratuita e “facilmente sostituibile”.

Dalle testimonianze di persone trattenute in regime di schiavitù in Libia, ho notato spesso la tendenza dei libici alla “sostituzione” degli schiavi.
I libici forniscono ai loro schiavi pochissimo cibo, niente vestiti, (le ciabatte nella foto sono state indossate per mesi da un rifugiato tenuto in schiavitù), se si ammalano non li curano e quando muoiono… li sostituiscono con altri.

Giornata della Memoria 2021: il mio messaggio è che la memoria ci deve servire a capire e riconoscere gli orrori del mondo, ma anche a lottare contro di essi. Altrimenti è inutile.

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Una decina di anni fa, ad Auschwitz, sono passata sotto l’insegna di ferro “Arbeit macht frei”, una delle tante bugie dei nazisti.

Scrissi in un racconto (se vi va, leggetelo):

“Il lavoro rende liberi” era il benvenuto per i pochi schiavi che rimasti orfani e vedovi venivano spogliati, rapati, rasati, umiliati e spersonalizzati. Dopo aver superato la prima selezione non avevano acquisito il diritto a vivere ma solo il diritto a vivere provvisoriamente. Il numero tatuato che gli ardeva sull’avambraccio sarebbe stato l’unico segno di riconoscimento per la loro provvisoria vita di forza lavoro. Per i tedeschi essi non erano che un numero.

Molti italiani nati dopo la guerra, almeno una volta nella vita, si sono chiesti: “Avrei lottato per difendere quelle persone, se fossi nato prima?”.

Oggi, in Libia, sta accadendo lo stesso. Io e altri attivisti sparsi in tutto il mondo abbiamo dato – con i fatti – una risposta a questa domanda.

Sì.

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