Twitter rimuove la foto del rifugiato impiccato nel lager libico. Probabilmente su segnalazione fasciorazzista.

Qualche giorno fa il rifugiato diciannovenne Mohamed Mahmoud Abdulaziz, al termine di dolorosissimi anni di prigionia nei lager libici della Libia, abbandonato dall’UNHCR, si è impiccato nel lager libico di Ain Zara. Ne abbiamo scritto e parlato.

Il corpo di Mohamed è rimasto appeso alla corda con cui si è impiccato per più di 24 ore.

Per denunciare questo e altri scempi, l’account Twitter del presidio dei rifugiati a Tripoli ha pubblicato la foto del corpo del ragazzo, ancora appeso alla corda, nel lager libico di AinZara, dove l’Italia paga i libici per deportare le persone catturate in mare.

Dopo probabile segnalazione fasciorazzista, Twitter ha rimosso la fotografia. Ecco cosa ne rimane.

Chi occulta la foto del rifugiato impiccato nel lager libico vuole occultare tutta la verità

In questi ultimi anni i media e i social network hanno occultato praticamente TUTTA la verità sul sistema di deportazione, detenzione, schiavitù e genocidio dei migranti in Libia e sul ruolo del suo primario mandante: il Governo italiano.

Hanno occultato addirittura le parole, bandendone alcune. Il verbo deportare sui giornali italiani è diventato “riportare” o addirittura “riaccompagnare” (cit. Salvini). I lager libici sono diventati “centri di accoglienza libici” o “campi migranti”. La battaglia sulle parole noi attivisti l’abbiamo vinta soltanto quando Papa Francesco, in diretta tv, ha usato la parola lager libici.

L’algoritmo di Twitter, in realtà, ha solo dato seguito a delle segnalazioni. Di probabile matrice fasciorazzista.

I fasciorazzisti temono le fotografie

Le immagini sono potenti. Sconvolgono raccontando con un’immediatezza capace di raggiungere chiunque. I fasciorazzisti ne hanno molta paura. Quando possono le fanno sparire, quando non possono le occultano in altro modo (ricordate il corpo del bambino affogato con la sua mamma? No? Era dietro la bufala dello smalto di Josefa).

I fasciorazzisti temono la foro del corpo di un rifugiato impiccato. E’ per questo che l’hanno segnalata.

Cosa racconta a foto del rifugiato impiccato

In questi anni noi attivisti per i diritti umani abbiamo dovuto trovare nuovi spazi per comunicare al mondo cosa sta accadendo in Libia. Anche i migranti lo hanno fatto, e sono nate nuove realtà come il presidio di Tripoli. Un presidio – badate bene – che protesta davanti all’ufficio di UNHCR.

Mohamed, ilo ragazzo che si è impiccato ad Ain Zara, faceva parte di quella protesta ed è stato imprigionato nel lager libico di Ain Zara proprio perché manifestava davanti all’ufficio di UNHCR. UNHCR, hanno denunciato più volte i rifugiati, dovrebbe proteggere i rifugiati dalle guardie libiche; invece fa il contrario: utilizza le guardie libiche per proteggere il proprio ufficio dai rifugiati.

Mohamed era un rifugiato del Darfur. Aveva un codice UNHCR. Ma non è stato MAI evacuato da UNHCR. Anzi, denunciano gli amici, è stato abbandonato da UNHCR. Questo lo ha portato alla morte.

Mohamed è stato respinto in Libia su ordine e finanziamento del Governo italiano. Questo lo ha portato alla morte.

I Parlamentari italiani hanno votato e rivotato gli accordi con cui pagano i libici per violare la Costituzione italiana al posto loro.

Tutte queste persone hanno contribuito alla morte di Mohamed e di tante altre ragazze e ragazzi nei lager libici. Morti per fame, per malattia o fucilati dalle guardie che l’Italia finanzia.

A quella corda, appesa, esanime, c’è anche la Costituzione italiana. La pila di mattoni, sotto, è stata edificata dai Parlamentari italiani.

rifugiato impiccato ad Ain Zara

Su Twitter ripubblicheremo la fotografia con l’hashtag #NienteAccordiConLaLibia. Partecipate tutti.

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