Il film “L’urlo” riceve diffide legali dai rifugiati. “Severgnini ha usato le nostre facce e i nostri video senza permesso”, denunciano. Chiedono legalmente l’immediata rimozione del loro materiale dalla docufiction.

Articolo di Sarita Fratini (anche detta “figura intermedia” 🙂 )

Da oggi il produttore non autorizza più proiezioni. Arrivano diffide dalle ONG” si lamenta oggi Michelangelo Severgnini dalle colonne di “La verità”, il giornale di Belpietro.

Ho controllato tale affermazione (come faccio sempre con le dichiarazioni di Michelangelo Severgnini e con gli articoli de La Verità) ma non mi risultano diffide inviate da ONG. Invece sono stati i rifugiati stessi ad adire le vie legali contro la KAMA PRODUCTIONS, la casa di produzione de “L”urlo”.

Dopo la lettera del comitato Refugees in Libya, che chiedeva al produttore Riccardo Biadene di eliminare dal film tutto il materiale girato dai rifugiati e acquisito senza legale consenso, nulla è successo e vari circoli sovranisti hanno organizzato proiezioni de “L’urlo”.

I rifugiati hanno continuato a protestare e a diffondere lettere come questa sotto. Poi, a quanto pare, sono passati alle vie legali.

Mi fa molto piacere che i rifugiati siano ritornati in possesso della loro vita, della libertà di poter assumere un avvocato che difenda i loro diritti violati. Chi li preferiva inermi e morenti sul pavimento di un lager libico – volti e voci alla mercé di qualsiasi manipolazione audiovisiva – sta ricevendo una bella lezione di vita.

Censurare “L’urlo”? NO. I rifugiati chiedono altro.

Ci sarà un sonoro bip di censura a seguito di queste lettere di diffida e minacce” assicura Servergnini su “La Verità”, cadendo in contraddizione con quanto detto poco prima (Ma quindi il produttore autorizza o non autorizza la proiezione del film???).

“Minacce” le chiama Servernini. Ma nessun rifugiato ha mandato minacce. Nessun rifugiato sta chiedendo di censurare o bruciare le copie del “L’urlo”. Nelle loro lettere e diffide chiedono soltanto di rimuovere dal film il materiale prodotto dai rifugiati e acquisito dalla casa di produzione senza liberatoria. Severgnini sarà poi libero di proiettare il suo film SENZA i materiali non acquisiti legalmente. Il suo pubblico sarà comunque felice di vedere la sua faccia mentre ripete a pappagallo “I migranti vogliono tornare a casa. Riportiamoli a casa loro”.

“Non vogliamo tornare a casa e non vogliamo essere nel tuo film” scrivono i rifugiati nella loro lettera. E’ un messaggio chiarissimo di persone che lottano contro la manipolazione delle loro proteste.

E’ innegabile che Severgnini, dopo anni in cui ha dichiarato di parlare per i migranti, non ha il sostegno dei migranti, che anzi lo diffidano. E, si badi bene, non sono migranti scelti a caso, ma esattamente quelli che LUI ha scelto di mostrare ne “L’urlo”.

Cosa dovrebbe fare il produttore de “L’Urlo”.

Il produttore Riccardo Biadene venerdì 2 dicembre mi aveva promesso di chiarire la questione entro poche ore. Ma sono trascorsi 10 giorni e tace. Anche lo stesso Severgnini non risponde ai tanti messaggi che arrivano sulla sua pagina Facebook. Eppure la domanda è chiara: “Avete le liberatorie per il materiale che avete montato nel film L’urlo?”.

Secondo me il produttore dovrebbe eliminare dal montato tutto il materiale per il quale non ha il consenso. Potrebbe poi distribuire ciò che rimane. Sarebbe un atto di civiltà e rispetto, oltre che un dovere legale.

Ricordiamo che “L’urlo” è stato finanziato con soldi pubblici (la regione Sicilia ha dato 15mila euro per la sua realizzazione).

E le ONG? Che c’entrano?

L’intervistatore de “La verità” chiede a Severgnini: “Quali sono le ONG più infuriate?” ma lui non sa rispondere. Si limita a dichiarare: “Non pubblicano sui loro canali apertamente in questo momento. Mandano avanti figure intermedie“.

Da “figura intermedia” vi garantisco che nessuna cattivissima ONG mi ha mandata avanti. Se lo avessero fatto sarebbe stato meglio: mi avrebbero portata con loro alla proiezione di Napoli de “L’urlo” e avrei potuto fare di persona le domande che sto facendo a Michelangelo Severgnini, e poi magari pubblicare io il video delle sue risposte o non risposte. E avrei portato, dal vivo o in videoconferenza, tutti i rifugiati le cui proteste “L’urlo” ha svilito e manipolato. Loro hanno il diritto di parlare, loro hanno il diritto di denunciare.

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