Consigli su come (e soprattutto con che spirito) portare i bambini in viaggio, quando i bambini sotto molto piccoli e quando il viaggio è quello un po’ avventuroso.

Del viaggiare con i bambini ormai leggiamo molto su internet e più o meno tutti i racconti seguono la stessa ricetta: incoraggiamento iniziale a partire, consigli pratici, foto di bimbi sorridenti (quasi sempre al mare) e un ottimismo alla Amelie, a tratti vomitevole.

Questo articolo – invece – si discosta dall’ottimismo di tutti quei sedicenti genitori-viaggiatori che alle cene si vantano di portare i figli in giro per il mondo. Questo perché… voglio essere onesta con i miei lettori, raccontare le cose come sono realmente, senza indorare pillole.

Genitori, aspiranti genitori, viaggiatori che mai vorrebbero fare i genitori: vi sto avvisando che state leggendo questo diario a vostro rischio e pericolo…

Dopo questa premessa terrificante, spendo due parole per spiegare chi sono a chi non mi conosce, perché è necessario saperlo per capire quanto seguirà.

Chi sono (chi ero)

Sono (ero?) una viaggiatrice che si potrebbe definire avventurosa. Ho passato più di un decennio a girare il mondo zaino in spalla ficcandomi in tutte le avventure e le disavventure che mi si paravano davanti. Prima di rimanere incinta ero specializzata in “itinerari (in)fattibili”, ovvero quei viaggi che non sai se riusciranno, quelli su rotte poco battute e non raccontate. Alcuni sono andati bene (come l’itinerario in Costa Rica che poi hanno messo sulla Lonely Planet), altri sono risultati davvero infattibili (come quello in cui ho chiesto un passaggio ad un idrovolante nella foresta perché ero rimasta bloccata) o pericolosi (come quello in cui mi hanno puntato una pistola in faccia).
Insomma, non sono mai stata un tipo calmo. Questo è necessario saperlo.

Poi sono diventata mamma.

Eppure, quando la bambina non aveva ancora due anni, l’ho portata per 3 settimane in Guatemala.

Bambini in viaggio. Le paure dei genitori.

Dopo la nascita di mia figlia, non ho più viaggiato nel “mio” senso del termine. Sono stata con lei al mare in Turchia, in agriturismo in Toscana, in Sicilia. Veri viaggi no. Perché? Avevo paura.

Era una doppia paura:

  • La prima paura, comune a tutte le mamme, era che qualcosa andasse storto: infortuni, malattie, problemi con il cibo ecc. Le solite piccole o grandi paranoie da genitore, insomma, solo un po’ amplificata dal fatto che in viaggio ne ho viste tante e quindi la mia gamma delle catastrofi possibili è un po’ più ampia della vostra.
  • La seconda paura era più forte e meno comune: annoiarmi, sentirmi bloccata, “rosikare” per non poter viaggiare secondo il mio stile data la presenza della bambina, di non vedere e fare abbastanza.

Come superare le paure?

La prima paura è facilmente superabile con un primo viaggio soft. Quando mia figlia aveva un anno l’ho portata in Turchia al mare, a Oludeniz. La pargola era una grossa borsa sorridente, appena appena deambulante. Ha preso senza problemi l’aereo, fatto due trasferimenti in macchina di 4-5 ore, mangiato il kebab e tutto ciò che trovavamo. Non si è ammalata e non è morta. Questo mi ha dato coraggio per osare viaggi un po’ più impegnativi.

Ma la seconda paura – quella di partire per un luogo lontano e poi annoiarmi – però mi era rimasta, perché quel viaggio, beh, era davvero troppo stanziale per i miei gusti! Inoltre si poneva un grosso inquietante interrogativo:

Viaggiare è un bene per i bambini o un bene per i genitori?

Quello che mi affliggeva era la consapevolezza che andare dall’altra parte del mondo con una bambina di quasi due anni non era una cosa che facevo per il benessere di mia figlia ma che facevo per il MIO benessere.
Per la bimba andare in vacanza in Guatemala o in Puglia sarebbe stato esattamente lo stesso. Bello, ma bello uguale. Quindi non stavo facendo una cosa negativa per lei, ma neanche una cosa positiva.

Tuttavia, calcolando che eravamo in febbraio e la Puglia era sotto la neve di un gelido inverno… devo ammattere che per la bambina è stato senz’altro meglio andare in Guatemala, al caldo. (Non abbiamo mai visto la pioggia e il clima ideale le ha fatto spezzare l’inverno e soprattutto passare la tosse che aveva in Italia).
Ma… fosse stato agosto, sarebbe stato un 1-1 con la Puglia…

Per me , invece, Guatemala batte Puglia 100 a zero (senza nulla togliere alla Puglia), perché mi piace tantissimo. Come ha scritto saggiamente questa psicoterapeuta … “i bambini stanno bene quando i genitori sono felici”. E di questo sono convinta.

Ma, badate bene, bisogna essere onesti (e mi beccherò qualche insulto per l’onestà): tutti quei genitori che portano lattanti in posti lontani ed esotici e sostengono che “i bambini in viaggio vivono un’esperienza che, anche se non la ricorderanno, li formerà per tutta la vita” e che “lo fanno solo per i loro figli”, secondo me semplicemente mentono a loro stessi. Che problema c’è ad ammattere che siamo noi genitori a voler viaggiare? Perché trovare scuse per sopire i nostri complessi di colpa?

Mia figlia in Guatemala si è divertita ed è stata bene, ha fatto 3 belle settimane di vacanza con i suoi genitori. Ma non aveva la minima idea di dove fosse. Ha solo capito che faceva caldo e che poteva fare il bagno nei laghetti e nelle piscine. A 6, 7 anni le cose cambieranno e i bambini in viaggio faranno le loro esperienze formative, ma a 2,3 anni spezzano solo l’inverno.
Era la sua mamma che voleva andare in Guatemala!

Genitori in viaggio – come evitare di “rosikare”.

Questo capitolo non lo capiranno tutti i genitori. Alcuni non lo capiranno semplicemente perché hanno sempre fatto – con e senza bambini – viaggi di altro stile. E’ invece rivolto ai viaggiatori che mi somigliano. Loro si che possono capire che vuol dire andare in un paese così lontano e trascorrere un’ora e mezza in un parco giochi, davanti ad uno scivolo che è la copia esatta di quello del parco sotto casa in Italia. Possono capire che vuol dire mettere piede in un ristorante italiano perché i bambini in viaggio chiedono la pasta al sugo. Possono capire che vuol dire girare con un piccolo pc portatile con i cartoni animati. Possono capire soprattutto cosa vuol dire non poter andare a visitare un posto perché il viaggio è troppo lungo per la bambina, dover girare il paese con un’auto e non con i bus locali, non fare colazione al mercato ma trovare un ristorante più pulito, non andare in barca perché la bambina ha paura delle barche, cercare una piscina ovunque…

Terribile? Un inferno?

No, semplicemente diverso.

Ma come fare a non rosikare?

Ecco come ho fatto io: consapevole dei miei limiti come persona e come madre e del fatto che dopo aver partorito non mi sono trasformata in una donna sorridente, ottimista e concentrata unicamente sulla sua prole ma son rimasta esattamente quella che ero (nevrotica e a tratti un po’ cinica), ho fatto una scelta intelligente per me e ho scelto una meta che conoscevo bene, un posto in cui ero già stata.

Eh sì, in Guatemala ci ero stata già quattro volte e questa quindi era la quinta. Non ho rosikato, perché nel posto lontano, in barca, sui bus pubblici, a colazione al mercato… già ci ero stata, varie volte.

E quindi se siete viaggiatori come me c’è…

… la soluzione: scegliete un paese dove già siete stati!

Conclusione: I bambini in viaggio ci aiutano a realizzare qualcosa che non avevamo ancora realizzato come viaggiatori.

Ed eccoci arrivati ad un bel capitolo che da pessimista cronica mai avrei immaginato di dover scrivere: c’è un elemento in più, ovvero quel “di più” che  in paesi lontani è possibile ottenere solo viaggiando con i bambini.
C’è?
Eh si, c’è!

Alla quinta volta in Guatemala, pensavo di conoscere bene sia il paese che i guatemaltechi. Vero, li conoscevo, ma stavolta con la bimba in braccio ho scoperto un lato nuovo di questo paese e di questo popolo che tanto amo.

Viaggiare con una bebè spalanca delle porte che normalmente sono chiuse o almeno accostate. La gente non ti percepisce come un turista, ma semplicemente come un genitore. Al parco, mentre spingi la bambina sull’altalena, sei una mamma; al minimarket, quando fai la fila per pagare, sei una mamma.

Improvvisamente, dopo tanti viaggi e tante avventure, grazie ad una pargola di dodici chili, ho finalmente realizzato il sogno di ogni viaggiatore: diventare uno del posto.

Normalmente nei miei viaggi conosco un sacco di persone perché adoro chiacchierare, ma in Guatemala con mia figlia… ne ho conosciute di più! Grazie a Nadia che si metteva a giocare con tutti i bambini e i cani che incontrava, grazie alle sue esigenze che mi portavano a confrontarmi con le mamme locali.

Grazie ai bambini in viaggio, il genitore viaggiatore diventa finalmente… uno del posto

Finiamo i biscotti Plasmon. Andiamo in un supermercato per ricomprarli e, ops, non esiste nulla del genere qui! Che si fa? Si chiede alle altre mamme. Cosa mangiano a merenda i vostri figli? I tamales?

La conversazione è spassosa, con altre mamme (e pure un papà) che arrivano da tutte le parti per sentire. Cosa saranno mai i biscotti Plasmon? In Guatemala non esistono e i bambini guatemaltechi a quell’età non mangiano proprio i biscotti.

Alla fine una quindicina di genitori – me compresa – si ritrovano a partecipare, a confrontarsi, a chiedere e a raccontare.

In un paesino Nadia vede un gattino che entra nella porta accostata di una casa. Lo segue. La porta si spalanca e veniamo tutti invitati ad entrare. Con la bambina non c’è neanche bisogno di presentarsi, la gente ti considera subito del posto, quasi di famiglia. Più o meno come quando abbiamo cenato al tavolo accanto ai CCCP e Zamboni e Fatur hanno iniziato a fare ridere la bimba.

Tutti i consigli pratici per viaggiare con i bambini in Centro America

Cosa altro leggere sui bambini in viaggio:

  • Sul viaggiare con i neonati c’è questa ottima piccola guida scritta da Anna sul blog PoshBackpackers. Suo figlio è nato durante il primo lockdown, quindi l’articolo è molto recente.

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