Oggi, anniversario dello sgombero del presidio dei 100 giorni, si protesta davanti alle sedi di UNHCR di tutto il mondo. La protesta dei rifugiati continua a camminare, è divenuta globale.

Iniziative, presidi, manifestazioni e proteste davanti alle sedi di UNHCR di tutto il mondo oggi chiedono la liberazione e l’evacuazione dei 250 rifugiati arrestati esattamente un anno fa a Tripoli e ancora reclusi nel perribile lager libico di Ain Zara.

Il presidio dei cento giorni – un po’ di storia

2021. Arriva l’autunno a Tripoli. E nulla cambia davanti all’ufficio di UNHCR, c’è la solita coda di rifugiati che chiedono una cosa soltanto: l’evacuazione dalla Libia. “Sono qui dal 2018”, racconta uno. “Io dal 2017″ risponde un altro “Sono sudanese”.

Sudan, Sud Sudan, Eritrea, Somalia, tutte nazionalità che producono profughi in fuga. “UNHCR dovrebbe fare qualcosa” denunciano i rifugiati “invece ci ha abbandonato”. I voli di evacuazione sono bloccati da più di un anno e le speranze sono morte assieme a tanti rifugiati, uccisi nei lager dalle guardie a colpi di fucile oppure violentati e uccisi da uomini libici, come accade ad Amelie, giovane ragazza eritrea vittima del caso Asso Ventinove che l’UNHCR ha escluso dall’evacuazione, e a tante altre.

1 ottobre 2021. Quartiere di Gargaresh, Tripoli. Qui vive la maggior parte dei rifugiati della città, in edifici spesso fatiscenti, privi di corrente elettrica e acqua. Il governo libico organizza un raid, la mattina agenti in divisa militare entrano nelle case e puntano i loro fucili sulle famiglie inermi. Arrestano tutti, centinaia di persone. Li portano nel lager di Al Mabani.

Chi sfugge al raid teme nuove incursioni. Non c’è, a Tripoli, un luogo sicuro per gli stranieri. Così i rifugiati si recano all’ufficio dell’UNHCR, quell’agenzia dell’ONU che dovrebbe proteggere i rifugiati, e ci restano. Si accampano, letteralmente, sul marciapiede antistante l’ufficio. All’inizio sono pochi, poi sempre di più, ogni giorno di più.

100 giorni accampati di fronte all’ufficio UNHCR di Tripoli, dal 2 ottobre 2021 al 10 gennaio 2022, per chiedere l’evacuazione dalla Libia.

Per la prima volta i rifugiati di Tripoli acquisiscono una propria voce, forte e diretta, e la diffondono in rete. Centinaia di persone ora vivono su un marciapiede e hanno problemi pratici come dover cuocere il cibo, trovare riparo dalla pioggia, educare i propri bambini.

La speranza torna. In più, i voli di evacuazione riprendono, soprattutto quelli per l’Italia.

Il 5 Dicembre 2021 la polizia libica tenta un primo sgombero del presidio: manganella i rifugiati accampati fuori dall’ufficio di UNHCR a Tripoli. Funzionari di UNHCR assistono impassibili alla scena rimanendo sulla porta. Ma l’attacco viene ripreso da decine di smartphone, finisce in rete e i libici si ritirano.

100 giorni fino all’ultimo. E’ la notte tra il 9 e il 10 gennaio 2022, centesimo giorno del presidio di protesta dei “Refugees in Libya”. Allo scoccare della mezzanotte, milizie libiche armate sfilano per le strade di Tripoli per recarsi a sgombrare con la forza i rifugiati accampati.

Un’ora dopo i rifugiati vengono arrestati in massa, con l’uso di violenza e armi da fuoco, e portati nel lager di Ain Zara.

250 di loro sono ancora lì. Tra di loro mancano Malik, che siamo riusciti a fare evacuare, e Mohamed, che si è suicidato.

I 100 giorni non sono finiti

David Yambio, uno dei leader della protesta, è riuscito a fuggire dalla Libia nell’estate 2022 malgrado l’UNHCR si sia rifiutato di aiutarlo. Ora è in Italia. Avrebbe potuto lasciarsi alle spalle la tragica esperienza libica, ma non lo ha fatto. Adesso gira l’Europa per raccontare le sofferenze dei migranti in Libia. Altri rifugiati si sono uniti.

Se è vero che il presidio dei 100 giorni a Tripoli è stato represso nel sangue la notte tra i 9 e il 10 gennaio 2022, è anche vero che la protesta non si è spenta, ha continuato a camminare, valicando i confini e penetrando nel cuore dell’Europa. Napoli, Roma, Ginevra, la marcia dei rifugiati continua, inarrestabile.

Oggi io sarò con loro a Roma

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