Di ritorno da tre giorni di visita ai progetti SAI marchigiani, mi rendo conto che l’esperienza che ho fatto è stata così intensa e complessa che ora fatico a scegliere la forma per raccontarla. Così… la racconto e basta.

Sono anche ritornata con tantissimi nuovi input e quattro nuovi casi a cui lavorare. Ve li illustrerò nel testo.

A Porto san Giorgio da Roma si arriva in bus. C’è il treno, si sente e si vede, costantemente, una linea ferroviaria impudente, posizionata praticamente sulla spiaggia, sta sempre in mezzo a tutto, come il prezzemolo. Ma questo treno, dicono i marchigiani, non serve praticamente a niente, sicuramente non a collegarli con la capitale. Così tutti prendono il bus, che sale sull’Appennino e sbuca dall’altra parte, addosso al granito imponente del Gran Sasso, per approdare, infine, su un altro mare.

Alla fermata del bus c’è Alessandro Fulimeni, il responsabile della cooperativa NuovaRicerca.AgenziaRes. Negli ultimi due mesi abbiamo parlato molto al telefono, scambiandoci informazioni e aiuto su vari casi di rifugiati. Mi sembra di conoscerlo da una vita. Andiamo subito a visitare uno dei loro progetti SAI: una casa dove vengono accolti rifugiati in situazioni temporanee o permanenti di disagio mentale o fisico, l’unica struttura delle Marche di questo tipo. Molti rifugiati che arrivano dalla rotta libica soffrono di traumi così intensi da minare il loro stato mentale. E poi ci sono tutti quelli rimasti invalidi a causa di proiettili o altri tipi di lesioni inferte dai libici. Gli psicologi e i medici, qui, pagati son soldi pubblici italiani, lavorano senza sosta per curare gli effetti delle deportazioni in Libia operate (o cooperate) con soldi pubblici italiani. Un bel controsenso creato dagli ultimi Governi italiani.

CASO 1: Il cittadino libico minacciato dallo stesso governo libico che l’Italia appoggia e finanzia

Gli operatori di questo SAI oggi sono contenti per aver riunito uno dei pazienti alla sua famiglia, un cittadino libico fuggito da una milizia che lo ha torturato e lo voleva uccidere. Hanno dovuto anche aiutarlo dal punto di vista psicologico, mi raccontano, i traumi derivanti da dodici giorni di torture ininterrotte lo hanno devastato.

“Aspettate un attimo” li blocco “avete detto cittadino libico???”.

Sì. Libico.

Ebbene sì: la Commissione Territoriale di Ancona, ovvero lo Stato italiano, ha concesso asilo politico ad un cittadino libico che rischia la vita a tornare in patria perché torturato e minacciato da una milizia del ministero dell’interno del Governo di Accordo Nazionale libico, lo stesso ministero dell’interno libico con cui l’Italia fa pappa, ciccia e affari.

Di questo caso scriverò più approfonditamente in un prossimo articolo.

L’evento all’università di Ancona

Nel pomeriggio ci spostiamo velocemente ad Ancona, per un evento all’università in cui devo parlare. La cornice è bellissima: la facoltà di economia è un edificio meraviglioso, con un cortile interno ombreggiato da platani e pavimentato con erbetta verde. Per me, che ho studiato a La Sapienza, è uno choc. In bagno c’è la carta igienica e nessuna scritta pornografica sulle pareti! Ciò che è strano, invece, è che ad un evento sui diritti umani organizzato in un’aula universitaria non partecipino studenti. Il pubblico è over 50.

E’ la prima volta che sperimento un nuovo tipo di racconto, ovvero quello con le immagini. Ho portato foto e video girati in questi tre anni dai rifugiati, nei lager libici, nell’area di Tripoli e in mare. Ho dovuto fare una selezione, perché con le centinaia di documenti che ho raccolto in questi anni potrei parlare per giorni. Proiettiamo anche Safari Njema, il documentario di Daniele Vicari e Guido Calanca, in cui ho partecipato alla scrittura e fornito i video per la rotta libica.

Il video dell’incontro è rimasto su Facebook e potete visionarlo qui.

La sera ceniamo ad Ancona e poi torniamo verso Porto san Giorgio. C’è una luna gigantesca, irreale, bassa sull’orizzonte del mare.

Le donne etiopi arrivate nei progetti SAI con l’ultimo volo di evacuazione dalla Libia.

Il secondo giorno vado a Fermo, finalmente a conoscere le cinque donne arrivate con l’ultimo (nonché unico del 2022) volo di evacuazione dalla Libia. Conosco già le loro tragiche storie, le violenze che hanno subito nei lager libici, perché ho ascoltato le testimonianze video che hanno coraggiosamente rilasciato sul canale youtube di Refugees In Libya, la protesta dei migranti di Tripoli. Quindi i nostri discorsi vertono sul loro futuro, sulla loro nuova vita, sulle loro aspirazioni e sui loro sogni. Sono quattro ragazze etiopi dai 19 ai 21 anni, belle fuori e dentro, quattro giovani donne che stanno imparando, pian piano, a fare tutte le cose normali che fanno le loro coetanee italiane. Parliamo anche di Libia, ovviamente, soprattutto di chi hanno lasciato lì. Illustro i casi a cui sto lavorando, le cause Asso Ventotto e Asso Ventinove e altre azioni legali e indagini. Per aiutare chi è ancora in Libia è necessario unire le forze e le informazioni. E così mi raccontano il:

CASO 2: la mamma etiope con i bimbi piccoli abbandonata in Libia da UNHCR

E’ la sorella di una di loro. E’ a Tripoli. Ha due bambini: uno di quattro anni e uno di pochi mesi. E’ registrata con UNHCR da 4 anni. Lo riscrivo anche a lettere: quattro anni. E’ etiope, l’Etiopia è una delle nove nazionalità che l’UNHCR considera meritevoli di vita e inserisce nelle liste di evacuazione.

Molti politici italiani, soprattutto Matteo Salvini, amano raccontare che i migranti sono tutti uomini e palestrati. Omettono l’esistenza, in Libia, di donne e bambini. Eppure la Libia è piena di rifugiate e di bambini loro figli, a volte nati da violenze sessuali. L’UNHCR non è meglio di Salvini. Anzi, è forse peggio. Ho più e più volte denunciato pubblicamente la sua pratica – ignobile – di piazzare un solo bambino per volo di evacuazione allo scopo – forse – di fare una foto, passarla ai giornali e poter dire di “evacuare i bambini”. Nel 2019 Carlotta Sami, in una conferenza indetta dal PD, dichiarò che su uno di quei voli c’erano bambini che erano nati in detenzione (potete ascoltarla al minuto 14:50 di questo video). Usò il plurale. Forse era stata informata male. La verità è che su quel volo c’era un unico bambino, Youseuf, la sua foto finì su tutti i giornali. Quando UNHCR organizza un volo di evacuazione, io ho sempre qualcuno a bordo che controlla quanti bambini ci sono. Nel 2019 ce n’era sempre uno, solo uno, fortunato vincitore del casting.

I voli di evacuazione hanno subito un tragico stop, per due anni. Adesso sono ricominciati. Nell’ultimo volo, 28 febbraio 2022, i bambini erano quattro, per fortuna. Un bel passo avanti. Ma ancora pochi. Perché non c’erano i piccoli nipotini della mia nuova amica? Perché non fare voli di evacuazione in più che liberino mamme e bimbi?

Ecco: il mio nuovo caso sarà chiedere l’evacuazione per i due bimbi etiopi con la loro mamma. E poi per tutti gli altri bambini che sono stati abbandonati dall’ONU in Libia.

Un anno fa ho scritto una lettera aperta alla ministra Lamorgese per chiedere la ripresa dei voli di evacuazione. La lettera è finita su molti giornali ed è stata firmata da tante associazioni (Mediterranea Saving Humans, Alarm Phone, Baobab Experience e molte altre). Ma non da tutte. C’era chi sosteneva che pochi voli di evacuazione fossero solo un secchiello con cui tentare di svuotare un oceano. Giusto. Forse. Non lo capivo e un po’, vi confesso, anche mi vergognavo di aver chiesto una elemosina al mio Governo, lo stesso governo che ha speso un miliardo di euro delle nostre tasse per deportare e detenere persone innocenti nei lager libici.

Oggi ho le idee molto più chiare e sono fiera di aver scritto quella lettera. Le quattro ragazze etiopi che ho qui davanti erano su un volo di evacuazione, erano in quel “secchiello” che io ho tanto lottato per avere.

I voli di evacuazione sono l’unica soluzione all’emergenza dei migranti in Libia. Sono un secchiello? Sì. Ciò che dobbiamo fare noi è moltiplicare i secchielli, fare più voli, molti di più!

E poi arriva Greta…

CASO 3: il figlio di Greta.

Greta non è il suo vero nome. E’ fuori dalla Libia ma, non so, la sua storia è così terribile che mi viene spontaneo proteggere ancora la sua identità.

Greta è sudanese e in Libia ha perso il suo unico figlio, di dodici anni. Perso è una parola vaga, come vaga è la sorte del ragazzino. Lo hanno strappato dalle sue braccia in un lager libico, questo è quello che so quando la incontro. Gli operatori dicono che ha raccontato solo questo. Poi si è chiusa. Greta è amica del mio amico Lam ed assieme abbiamo deciso di aiutarla a scoprire la verità. Se lo vuole. Non capiamo se lo vuole. Sono qui per questo, per capirlo.

Io in Libia cerco le persone. A volte le trovo. Sono brava in questo. E’ una cosa che so fare. Greta lo sa.

“Se tu vuoi, sorella, io posso cercare notizie di tuo figlio, ma devi volerlo, altrimenti non lo faccio”.

Lei mi guarda. E’ seduta accanto alla giovane Fatima, una delle ragazze etiopi, che le tiene la mano. Greta ha già deciso, è venuta ad incontrarmi perché ha già deciso. Vuole sapere se il suo bambino è vivo o morto. Anche se è morto.

E allora andiamo, in una piccola stanza dell’ufficio del SAI. Con noi viene la coordinatrice del progetto di Greta. Guardo Fatima: vuole entrare? E’ indecisa, ma poi prende coraggio e varca la soglia della stanza dove ci aspetta l’interprete in videoconferenza. Greta e Fatima parlano arabo, io no. Con il poco inglese e il poco italiano non possono raccontarmi tutti i dettagli. Dobbiamo usare un interprete, un uomo calmo e professionale la cui faccia emerge dallo schermo del pc.

Cerco anche io di essere professionale. Faccio alcune domande di rito: data e luogo della scomparsa del ragazzino. Greta risponde con precisione. L’interprete traduce. E poi accade: Greta inizia a raccontare, un fiume di parole in arabo, il petto scosso dai primi singhiozzi, le lacrime che cerca di ricacciare indietro, invano, e la voce che le si trasforma in un urlo di aiuto, anche la giovane Fatima scoppia a piangere, io prendo la mano di Greta, la coordinatrice cinge la spalla di Fatima, poi Fatima abbraccia Greta, singhiozzano assieme, le parole incomprensibili a noi italiane diventano comprensibili e anche noi attacchiamo a piangere perché quel racconto che non capiamo è il racconto di una madre, è puro dolore.

Perché vi sto raccontando tutto questo? Perché questo dolore deve essere il dolore di tutti noi. Quando l’interprete traduce veniamo a sapere che Greta è stata catturata dai libici assieme a suo figlio di dodici anni. Il bambino soffriva di una forte anemia e Greta gli somministrava dei medicinali, ma nel lager libico le guardie lo hanno impedito. Li hanno separati per poter violentare Greta. Lei era disperata. Chiedeva del figlio. Un giorno uno dei carcerieri le ha detto che il bambino era morto. L’ha portata nella stanza dove ammassavano i cadaveri. L’ha fatta frugare tra le salme accatastate in terra. Greta non ha trovato il corpo del suo bambino. La sua mente è andata da un’altra parte. E’ impazzita, talmente tanto che le guardie l’hanno liberata.

Questa è la storia.

L’orrore che ascolto e che racconto da tre anni compie, sempre, vortici strani nella mia testa. Esco devastata da quella stanza. Mi manca il respiro. Poi il pensiero, lucido, di tornare di un’ora indietro nel tempo, di prendere uno a caso dei parlamentari che ogni anno votano gli accordi Italia-Libia e di chiuderlo con noi in quella piccola stanza. Mi rendo conto che il turbinio nella mia mente l’ha distillata, come sempre, la mia amica rabbia. Amo la mia rabbia, non ottenebra i miei sensi, anzi, li acuisce, li rende attivi, produttivi. Efficaci.

A Greta ho promesso che cercheremo suo figlio. E sono già al lavoro. Questo posso fare. Questo so fare.

Vado a mettere i piedi nelle acque del mare Adriatico. Telefono a mia figlia.

L’idea di prendere di peso i parlamentari italiani e di costringerli ad ascoltare non è un piano bislacco ed insurrezionalista generato da un moto di rabbia. E’ un progetto.

Il Festival dell’Umanità in pericolo – ad Altidona

Le ragazze etiopi hanno indossato bei vestiti colorati e si sono truccate. Anche io. La cena, nella splendida cornice di una piazzetta nel borgo antico di Altidona, è meravigliosa. Ci sono gli operatori dei progetti SAI dell’anconetano e del fermano e gli accolti da questi progetti. Conto almeno una ventina di nazionalità diverse. I rifugiati, durante la cena, raccontano le loro esperienze al microfono. C’è la bella e bionda Viktoriia  che è arrivata dall’Ucraina con sua figlia e ci spiega cosa vuol dire un missile che arriva sulla tua casa, c’è la studiosa polacca Agnieszka che è stata interpellata da Alessandro e Paolo dei SAI locali per coordinare il loro bellissimo progetto di portare a visitare Auschwitz i rifugiati provenienti dalla rotta libica. E poi c’è Lucky, somalo, che è anche il:

CASO 4: la cosiddetta guardia costiera libica rivende gommoni e migranti agli scafisti

Lucky non è stato propriamente fortunato nella sua difficile tragica vita. Il suo intervento è stato così bello che non lo voglio sminuire con un riassunto. Piuttosto chiederò a lui se vuole pubblicare il testo qui sul mio blog. Alla fine, però, racconta una cosa importante:

Lucky era su un gommone che è stato catturato dalla cosiddetta guardia costiera libica addestrata e finanziata dall’Italia. Quando erano ancora in mare, i cosiddetti guardiacoste hanno proposto loro una deviazione: chi poteva pagare è stato messo su una nuova barca, di legno, che ha lasciato la costa libica in direzione Lampedusa. E così Lucky è approdato in Italia.

Se l’FBI ha fermato Al Capone per evasione fiscale, forse possiamo fermare i finanziamenti ai libici per violazione del contratto.

Vale la pena di indagare.

Alla fine delle testimonianze c’è il mio intervento. Mostro video, foto, Safari Njema. Sebbene la giornata di oggi sia stata tosta, non ho perso l’ottimismo, anzi. La platea, tavoli con gente di ogni nazionalità e condizione sociale che cena assieme, comunica, si aiuta vicendevolmente, mi aiuta. Un mondo diverso è possibile e qui addirittura già esiste.

Chiudo il mio intervento mostrando un video bellissimo, che ogni volta mi fa piangere, ma di gioia: è l’arrivo a Lampedusa, in barca, di alcuni ragazzi che conosco. L’isola è davanti a loro, la indicano, ridono, urlano “Lampedusa, Lampedusa!”. Gioiscono.

PS: Benaccoglienza continua a raccontare i progetti SAI. Ed a riflettere.

Definire “virtuosi” i centri SAI della provincia di Fermo e Ascoli vorrebbe sminuire i lavoro di chi con tanta passione e competenza li gestisce. Gli operatori non sono dei santi, non sono dei maghi, sono persone colte ed esperte che svolgono benissimo il loro lavoro di accoglienza e integrazione di rifugiati. Chiamiamoli piuttosto “normali” e poniamo la loro “normalità” come standard minimo per l’accoglienza italiana. Tanti altri possono imparare da loro.

Per il resto, lasciatevelo dire, sono persone meravigliose che danno un senso profondo a ciò in cui credono. Mi hanno accolta e ispirata per due fantastici giorni e per questo li ringrazio infinitamente.

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