Mary parte, lascia l’inferno della Libia con un volo dell’IOM/OIM (International Organization for Migration) da Tripoli per la Nigeria. E’ una ragazza minuta, appena maggiorenne. Tiene stretta in braccio la sua bambina, nata in Libia.

Mary è una vittima di tratta. Doppiamente vittima di tratta, assolutamente e indiscutibilmente vittima di tratta.

Quando aveva soltanto 13 anni, in Nigeria, è stata violentata. Ha partorito una bambina a 14 anni. Alcuni preti l’hanno aiutata a studiare e l’hanno protetta per qualche anno. Ma la miseria e il desiderio di dare un futuro migliore a sua figlia l’hanno portata ad accettare un’offerta di lavoro: domestica presso una famiglia spagnola. Così Mary ha lasciato sua figlia a sua madre ed è partita affidandosi a chi le aveva offerto il lavoro. … Che non esisteva. Era tutto un trucco della tratta nigeriana, quella che preleva giovani e belle ragazze e le trasporta illegalmente in Europa per farle prostituire sulle strade. Mary lo scoprì nel deserto, ma era troppo tardi. Dopo una serie indicibile di violenze la portarono in Libia e la imbarcarono su un gommone. Era l’estate del 2018. La barca venne catturata dalla cosiddetta guardia costiera libica e Mary finì in uno dei campi di concentramento di Tripoli. Uno in cui aveva accesso l’ONU, ma in cui venivano perpetrate violenze e addirittura vendite di ragazze a bordelli o a privati cittdini libici. Sto parlando di Tarek al Mattar, lager finanziato dai progetti del bando Minniti. Anche Mary venne venduta, ad una donna libica del ceto medio che la faceva lavorare come schiava, la chiudeva in soffitta e la “cedeva” a suo fratello e ad altri uomini della famiglia. Un giorno la donna dimenticò di chiudere la porta a chiave e Mary scappò. Qualche mese dopo partorì la sua seconda figlia, che è la bimba che oggi tiene in braccio sulla scaletta del volo di IOM/OIM che la sta riportando in Nigeria.

Perché Mary ha accettato il rimpatrio “volontario” di IOM/OIM?

Soltanto un anno fa, Mary mi scrisse che era risoluta a non accettare il rimpatrio “volontario” in Nigeria propostole come UNICA possibilità da IOM/OIM. Ripetiamolo: Mary è una vittima di tratta. L’ONU, nelle sue disposizioni, cioè sulla carta, inserisce le vittime di tratta tra le persone che hanno diritto alla protezione internazionale. Sulla carta, Mary e la neonata che tiene in braccio sarebbero dovute entrare nei corridoi di evacuazione dalla Libia verso l’Europe di cui si parla tanto in questi mesi.

Invece no. La realtà in Libia è diversa. Mary ha dovuto firmare per un rimpatrio “volontario” di IOM/OIM. Le virgolette sono MIE e sono tre anni che le uso, da quando il mio amico sudanese Oscar ne ha subito uno. Ricordiamolo:

Oscar è stato catturato in mare e deportato nel lager di Tarek al Mattar nel luglio del 2018. Lì le guardie hanno iniziato a torturarlo. Tutti i giorni prendevano lui e un gruppetto di suoi connazionali e li percuotevano con spranghe di ferro. Tutti i giorni, per quattordici infiniti giorni. Il quindicesimo giorno è arrivato uno staff di IOM Libya con il foglio di rimpatrio. Oscar lo ha firmato.

tratto da Adesso Dormite, libro che potete scaricare gratuitamente qui.

Ma torniamo a Mary.

Mary ha raccontato la sua storia – badate bene – non solo a me. L’ha raccontata anche agli addetti di UNHCR e IOM/OIM in Libia. Risultato: nessuno. UNHCR non le ha concesso neanche il numero di registrazione, il che vuol dire che Mary non ha diritto alla protezione internazionale, è una “migrante economica”. Lei e sua figlia non possono accedere alle liste di evacuazione verso l’Europa.

A settembre 2021 a Tripoli la polizia libica ha iniziato i raid casa per casa, con arresti indiscriminati di stranieri. Il terrore si è impadronito di tutti. Immaginate cosa possa voler dire dormire con la possibilità che le milizie del Governo libico entrino a sorpresa in casa vostra, prelevino di peso voi e i vostri figli e vi chiudano in un lager dove avvengono torture, violenze sessuali e omicidi. Non si dorme.

Mary aveva già subito l’inferno del lager, era stata già venduta una volta. Ma tutte queste violenze le aveva subite da sola, quando la sua bambina, che lei ama più di se stessa, non c’era ancora.

Per salvare sua figlia, Mary è andata da IOM/OIM e ha firmato il rimpatrio “volontario” in Nigeria.

I “Voluntary” Humanitarian Return Assistance Flights di IOM/OIM

Con un allegro articolo IOM/OIM questa settimana ha proclamato la ripresa dei “Voluntary” Humanitarian Return Assistance Flights, i voli di rimpatrio volontari. Le virgolette sono ancora mie.

Federico Soda, capo missione dell’OIM Libia, dichiara che “il programma VHR dell’OIM è fondamentale per i migranti che vogliono lasciare la Libia e tornare a casa in modo sicuro, legale e dignitoso e ricostruire le loro vite”.

Mary sta tornando a casa in modo sicuro? Potrà ricostruire la sua vita?

NO. Mary deve alla tratta nigeriana i soldi del viaggio per la Libia. La ricatteranno, la cattureranno nuovamente e non uscirà da quel tunnel di orrore in cui è immersa.

(Sto cercando di evitare che accada, ma non so se ci riuscirò. E sicuramente non riuscirò a salvare tutte le ragazze che hanno firmato i rimpatri “volontari”. E’ la triste verità).

Chi paga per i rimpatri “volontari” dalla Libia?

IOM/OIM scrive che il programma è finanziato dall’Unione Europea nell’ambito dell’Iniziativa congiunta UE-OIM per la protezione e il reinserimento dei migranti e attraverso il Fondo Migrazione del Ministero degli Affari Esteri italiano.

Insomma: è pagato da noi.

L’Italia, come anche l’Europa, spende moltissimo, sia a livello interno che a livello internazionale, per contrastare la tratta delle donne. Ma, a quanto pare, non usa al meglio questi fondi.

Secondo la stessa OIM/IOM, la difficoltà maggiore è separare le donne vittime di tratta dai loro aguzzini. Come ho raccontato qui sul blog e in un articolo su Il Manifesto, in Libia, dopo la cattura operata dalla cosiddetta guardia costiera libica, vittime e aguzzini nigeriani vengono necessariamente separati. E’ in questo momento che si dovrebbe intervenire: tirando fuori le ragazze dai lager libici e inserendole in corridoi umanitari sicuri. Invece lo staff di UNHCR Libia non ammette le vittime di tratta subsahariane tra le persone con diritto di protezione. Le ragazze, allora, finiscono nelle reti di una nuova tratta gestita dai libici. Ricordiamo il caso del direttore del lager di Tarek al Mattar (lager finanziato da progetti italiani) che vendeva ragazze agli stupratori.

I rimpatri “volontari” di IOM/OIM sono, altresì, una pessima soluzione, perché riconsegnano le ragazze alla tratta nigeriana.

In questo gioco dell’orrore, il reimpatrio “volontario” è la carta “torna alla casella di partenza”. Niente di più.

Non lo sostengo solo io. Anche gli avvocati dell’ASGI hanno verificato che l’ONU, negando alle donne vittime di tratta lo status di rifugiate, le espone a un altissimo rischio di retrafficking. Ciò che accadrà a Mary e a tutte le ragazze che IOM/OIM fotografa mentre salgono sui suoi aerei.

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