Il Ministero dell’Interno italiano ha concesso asilo politico ad un cittadino libico che rischia la vita a tornare in patria perché torturato e minacciato da una milizia del ministero dell’Interno del Governo di Tripoli, ovvero uno di quelle forze dell’ordine libiche che l’Italia supporta con il Memorandum.

La sentenza emessa dal Ministero dell’interno italiano mina le basi stesse del Memorandum Italia-Libia.


L’Italia concede asilo politico ad un cittadino libico perché minacciato dallo stesso governo di Tripoli che appoggia e finanzia con il Memorandum

Il Ministero dell’Interno italiano, in una recente sentenza della Commissione Territoriale di Ancona, mette nero su bianco che la Libia è pericolosa e che la milizia di Gheniwa, del ministero dell’interno di Tripoli, tortura e minaccia le persone. Riassume molto bene la vicenda:

Il cittadino libico veniva assalito nella sua abitazione da membri di una milizia comandata da “Gheniwa”, i quali lo picchiavano, lo rapivano e lo tenevano prigioniero, torturandolo.

La sentenza, inoltre, ricostruisce tutta la storia del protagonista, un papà libico che chiameremo Alì, per proteggere la sua identità.

Nell’aprile 2019 Alì, un normale impiegato del governo libico, papà di un bimbo appena nato, venne convocato per arruolarsi. “Chiamavano tutti a combattere, anche i bambini” racconta. Alì non si presentò e alcuni giorni dopo la milizia di Gheniwa – del ministero dell’Interno libico – irruppe nella sua casa, rubò tutto (oro, soldi, persino la sua auto) e tramortì l’uomo con il calcio di un kalashnikov. Svenuto, Alì venne portato in un edificio vicino alla sede della milizia di Gheniwa. Lì subì dodici lunghi giorni di atroci torture. Gli ruppero anche una gamba, le ossa erano talmente frantumate che poi dovette subire un’operazione chirurgica.

Salvataggio Libia Memorandum

Rimasto in carcere per quasi otto mesi, l’uomo venne liberato grazie all’intercessione di dipendenti dell’ambasciata francese a Tripoli. Non tornò a casa sua, era troppo pericoloso. Decise di fuggire dalla Libia, nello stesso modo con cui fuggono centinaia di stranieri ogni giorno: via mare. Andò nel porto di Zwara, pagò mille euro e si imbarcò. Venne salvato la mattina successiva dalla Sea Watch 4 ed entrò nel sistema di accoglienza italiano gestito dallo Stato italiano.

Alì è un profugo libico che l’Italia ospita e protegge dal governo di Tripoli? Proprio così.

L’uomo e la sua famiglia rischiano la vita a tornare in Libia, temono di venire uccisi dalla milizia del governo libico. Questa è la motivazione per cui il Governo italiano protegge Alì e concede a lui e alla sua famiglia asilo politico e vitto e alloggio nel sistema di accoglienza pubblica SAI.

Le dichiarazioni rese dal richiedente si ritengono credibili relativamente alle torture subite da parte delle milizie” scrive nella sentenza il Ministero dell’Interno italiano, e subito dopo decide di riconoscere al cittadino libico lo status di rifugiato ai sensi ai sensi dell’art 1 della Convenzione di Ginevra del 1951.

La milizia di Gheniwa è uno degli organismi del Governo libico supportati dall’Italia con il Memorandum.

Il nome formale di questa milizia è ASS, ovvero Autorità per il sostegno alla stabilità, ma viene spesso chiamata Gheniwa, dal soprannome del suo capo, che è uno dei più potenti capi delle milizie di Tripoli: Abdel Ghani al-Kikli.

Il Governo di Accordo Nazionale libico ha legittimato e stipendiato la milizia di Gheniwa già nel 2016, integrandola sotto il suo Ministero dell’Interno.

Ricordiamo che il Memorandum Italia – Libia è del 2017. Nell’articolo 1 al comma C si può leggere:

La parte italiana si impegna a fornire supporto tecnico e tecnologico agli organismi
libici incaricati della lotta contro l’immigrazione clandestina, e che sono rappresentati
dalla guardia di frontiera e dalla guardia costiera del Ministero della Difesa, e dagli
organi e dipartimenti competenti presso il Ministero dell’Interno.

La milizia di Gheniwa è proprio uno di quegli organi competenti. Oggi l’ASS permane al servizio del governo della Libia e percepisce fondi statali. Oltre a torturare cittadini libici, la milizia di Gheniwa cattura migranti e rifugiati in mare e li deporta nei lager libici che controlla (uno è il lager di al-Mayah).

Amnesty International ha più volte denunciato le serie infinita di violazioni compiute da questa milizia.

Per oltre un decennio – scrive Amnesty – le milizie sotto il comando di “Gheniwa” hanno terrorizzato la popolazione del quartiere tripolino di Abu Salim mediante sparizioni forzate, torture, uccisioni illegali e altri crimini di diritto internazionale.

Il Governo italiano finanzia la milizia di Gheniwa? Sì.

Il denaro (pubblico) italiano fa il seguente giro:

La spesa italiana complessiva per il controllo del flusso migratorio nelle acque condivise con la Libia ammonta a circa 800 milioni di euro (di cui 200 spesi direttamente in Libia, gli altri per le missioni in mare).

Il Governo di unità nazionale ha assegnato alla milizia di Gheniwa (ASS) solo per l’anno 2021 ben 8 milioni di euro, uno dei quali per pagare gli stipendi. Sono stati erogati anche finanziamenti straordinari: nel febbraio 2022, ad esempio, il primo ministro Abdelhamid Debibah ha autorizzato un versamento di quasi 28 milioni di euro.

Due mesi fa Amnesty International ha addirittura scritto alle autorità libiche chiedendo la destituzione di “Gheniwa” e del suo ex vice Lotfi al-Harari da ogni posizione nella quale potrebbero commettere ulteriori violazioni dei diritti umani, interferire in eventuali indagini o garantirsi l’impunità. Ma non ha ricevuto alcuna risposta. Forse, a questo punto, dovrebbe scrivere al Governo italiano, che al pari del governo libico, la supporta e finanzia.

Perché l’ottenimento dell’asilo politico da parte di Alì è una contraddizione tanto importante.

Ho letto molte sentenze di riconoscimento dell’asilo politico emesse dalle Commissioni territoriali italiane (che sono organi del nostro ministero dell’Interno). Erano tutte di cittadini africani provenienti dalla rotta libica, ma non libici. La motivazione del riconoscimento dello status di rifugiato era sempre l’impossibilità e la pericolosità di un ritorno in patria, nel loro paese, in Eritrea o Sudan. Mai, ovviamente, veniva citata la pericolosità di un loro ritorno in Libia, dove avevano vissuto anni prima di fuggire.

Oggi il Ministero dell’Interno italiano ha ammesso che il ministero dell’interno libico tortura i suoi stessi cittadini e che Alì ha bisogno della nostra protezione perché minacciato di morte da una milizia finanziata dal Memorandum Italia-Libia.

Ho trovato per caso questa sentenza. Potrebbero essercene altre. Faccio appello a giuristi ed associazioni: contattatemi per maggiori informazioni e, soprattutto, per fare qualcosa!

A novembre il Memorandum verrà rinnovato e non possiamo continuare a supportare e finanziare queste violazioni dei diritti umani.

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