Lug 062016
 

Inizia con un grido la storia di Yohannes. Un grido in mezzo al mare.

Aiuto.

La parola non è in italiano, chi è stato in pericolo di vita sa benissimo che è un fiotto che ti sgorga fuori dall’anima, potente e primitivo. Aiuto si invoca nella propria lingua madre.

Yohannes è eritreo e questa è la seconda notte che trascorre in quel grande cimitero che si chiama mar Mediterraneo. Due giorni e due notti ammassato ad altri corpi, costretto all’immobilità innaturale di una posizione trovata e mantenuta per la sopravvivenza. Lo sciabordio implacabile delle onde sulla fiancata della barca è il ritornello che a ogni battuta ricorda che tutto può andare giù in un attimo, come in un domino.

E’ in quella notte buia che appare una luce. Lontana, a tratti oscurata dalle onde più alte, poi più vicina e accompagnata da altre luci sorelle, che come lucciole allegre danzano sull’orizzonte e delineano il ponte di una nave che si sta avvicinando.

Allora si alza il grido.

Aiuto.

yohannesSi solleva solo il grido, non la gente nella barca, annichilita dal dilemma: se mi alzo in piedi per gridare anche gli altri lo faranno e andremo giù; se rimango seduto la mia voce rimarrà all’ombra delle onde e non mi sentiranno. E poi ci sono i muscoli, che bruciano paralizzati da due giorni di immobilità e una volta riattivati potrebbero non rispondere più al cervello.

Qualcuno alla fine si issa in piedi tenendo giù gli altri. Gridano tutti, in tutte le lingue conosciute, ritrovando la voce seccata dalla salsedine.

“Aiuto”, “Help” “مساعدة” “Aidez-moi!”

Ma la nave illuminata come per una festa si allontana e prosegue il suo viaggio.

Non sente la voce degli uomini e se ne va. O forse sente la voce degli uomini e se ne va. Non lo sapremo mai. In ogni caso se ne va. E con lei la speranza.

Resta invece a bordo l’acqua di mare che impregna i capelli di uomini, donne e bambini, resta la puzza di nafta sui vestiti, resta la fame, resta la sete. E resta a bordo il terrore che si insinua come un verme sottile nello stomaco vuoto, gorgoglia e poi scende a squassare le budella.

E’ il 2008 e Yohannes si ritrova alla deriva in mezzo al mar Mediterraneo. Infreddolito, affamato, assetato, stretto e abbandonato. L’ultima luce sparisce all’orizzonte e tutto torna nero.

 

Fermi!

La storia di Yohannes non inizia qui. Non va raccontata così.
La storia comincia molto prima e il nastro va riavvolto per capire che quello nel Mediterraneo è solo l’ultimo tratto di viaggio, piccolo, piccolissimo se paragonato a tutta l’epopea, perché qui di un epopea si tratta, di chi scappa dal proprio paese per arrivare nel nostro.

Guardate la mappa, quanta strada prima di arrivare in Libia:

Un viaggio che un europeo fa in poche ore in aereo può durare anni o tutta la vita per un africano.

E’ un problema di tempo e un problema di spazio, che in questa storia sono più che mai concetti relativi.

A Genova, all’incontro nazionale di Emergency, Yohannes Ghebrai ha raccontato la sua storia. Sono tornata a casa intenzionata a scrivere un articolo su di lui. Dopo un lungo lavoro di documentazione ho iniziato a buttar giù parole e mi sono resa conto che non stavo raccontando la storia di una persona sola. Così ho deciso di aggiungere altri capitoli e altre, tante, persone:

Un po’ di pazienza e li leggerete tutti.

 

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