Giu 272016
 

Sono giorni che leggo sui giornali, ma anche sui social network, le reazioni degli italiani al voto britannico. Ci sono sgomento e preoccupazione, ma non è di questo che voglio scrivere oggi.

Nei momenti di crisi escono spesso fuori questioni che hanno poco a che fare con la crisi di cui si discute e molto con il senso generale della nostra società. Questa volta è nata e si è diffusa una questione forse ancora più importante dell’uscita della Gran Bretagna dalla UE: l’opportunità – o meno – di delegare al popolo decisioni politicamente ed economicamente rilevanti.

E’ iniziato tutto dai sondaggisti inglesi, gente che non ha proprio fatto un bellissimo lavoro dato che ha toppato clamorosamente le previsioni dei risultati, ma non è questo il punto. Il sondaggio che ha fatto scalpore è stato quello sul voto per fasce d’età: gli anziani avrebbero votato Leave e i giovani Remain.

Tutto il mondo si è indignato. Anche qui in Italia sono usciti articoli come questi:

La Stampa: Brexit, così i più anziani hanno deciso il futuro dei più giovani.

La Repubblica: L’universitario: “Brexit, con questo voto avete rubato il nostro futuro

Subito l’eco dei social network. Migliaia di persone si sono lamentate a gran voce che in UK i vecchi hanno deciso il futuro dei giovani. Un futuro non loro.

Ora, potrei scrivere che per tutte consultazioni del mondo è così, che il diritto di voto non ha mai avuto un limite massimo d’età. E neanche il vincolo della lunghezza futura della vita dell’elettore. Pensate ai malati terminali: vorreste togliergli il diritto di voto perché non hanno un futuro?

Potrei anche scrivere che i dati di affluenza per fasce d’età indicano che è andato a votare l’83% dell’elettorato superiore ai 65 anni e solo il 36% nella fascia d’età 18-24 anni per cui forse questi responsabilissimi giovani defraudati del sogno europeo potevano evitare di andare al mare o al pub.

Potrei addirittura scrivere che quando penso ai “vecchi” e a come li conosco io mi vengono in mente un sacco di persone degnissime di scegliere il mio futuro.

Penso a Marisa, la nonnina No Tav.

Penso ai grandi del cinema italiano che mi hanno fatto da maestri. A chi non c’è più come Mario Monicelli che a novant’anni correva per tutte le manifestazioni del G8 di Genova. A chi c’è ancora come Giorgio Arlorio, Erri De Luca e tantissimi altri.

Gente che nonostante gli acciacchi lotta in prima linea per garantire un futuro a chi verrà dopo.

Ma non è proprio questo il punto.

Il punto, che è uscito in questi giorni, è ancora più grande, più generale. E’ la discussione sul suffragio universale. Ovvero, rendiamocene conto, sulla democrazia.

Il fantastico Mauro Biani lo ha sintetizzato in questa vignetta:

 

Davvero l’Italia sta mettendo in dubbio il suffragio universale???

Eh si, non è un brutto sogno, sta accadendo veramente.

Dopo la questione età, il dibattito si è spostato sull’educazione leggi cultura leggi titolo di studio leggi bifolcaggine dell’elettore.

Una correzione di tiro.

Sulla mia pagina facebook Martina per esempio scrive:

Non ne faccio proprio una questione d’età, ma di educazione e contesto socio-economico sì.

Dopo giorni a parlare di anziani e di giovani esce fuori forse il vero nocciolo della questione: quello che rode è che i soliti bifolchi abbiano votato l’uscita dall’Unione Europea.

I soliti bifolchi, il popolo di merda, quello ignorante, che non legge, che non sa, che vota ciò che vede in televisione, che non pensa, che elegge Berlusconi, che va al mare quando c’è il referendum.

Il nocciolo della questione – diciamoci la verità senza mezzi termini – è: i soliti bifolchi hanno diritto di voto?

Amici e personaggi che stimo hanno grossi dubbi.

Il mio amico Roberto scrive:

Se prima ero contrario ai referenda, adesso li avverso completamente.

La mia amica Camilla scrive:

Io non toglierei referendum e diritto al voto mai, ma obbligherei per legge qualunque politico pre voto a prospettare scenari e orientamenti plausibili e verosimili da rispettare dopo il voto, altrimenti fuori dalle palle e in politica non ci lavori più cicciobello.

Poi:

 

E infine la mannaia di Roberto Saviano.

Brexit: ha vinto il Popolo.
Me lo ricordo il Popolo, nel 1938, acclamare Hitler e Mussolini a Roma affacciati insieme al balcone di Piazza Venezia. Me lo ricordo il Popolo inebriato, esaltato, per la dichiarazione di guerra. Me lo ricordo il Popolo asservito, quasi isterico, al cospetto di ogni malfattore che abbia condotto l’Europa sull’orlo baratro. Me lo ricordo poi il Popolo che plaudiva quando al confino nel 1941 veniva mandato Altiero Spinelli, perché antifascista. A Ventotene, Spinelli, detenuto insieme a Ernesto Rossi e a Eugenio Colorni (antifascisti come lui) scrisse “Per un’Europa libera e unita. Progetto d’un manifesto”. Quindi, a ben vedere, siamo sicuri che oggi il Popolo abbia vinto davvero?

 

Quindi?

Potere al Popolo un cazzo se il Popolo non se lo merita?

Respiriamo e fermiamoci a pensare: da una parte c’è la responsabilità di fare delle scelte importanti per tutta la società, dall’altra il diritto di tutti ad avere voce in capitolo su queste scelte.

Si merita il diritto di voto chi entra in un seggio e mette una crocetta a caso senza sapere minimamente di cosa si sta parlando?

Il concetto di responsabilità è interessante. Nella storia del diritto di voto italiano, ad un certo punto, si è deciso di escludere alcuni analfabeti. Nel 1912, su proposta di Giovanni Giolitti, il Parlamento estese il voto a tutti i cittadini (maschi) superiori ai 30 anni e a tutti i cittadini (sempre maschi) da 21 a 30 anni di età che avessero superato con buon esito l’esame di scuola elementare. Fuori i ciucci.

Ancora oggi lo fa il Libano con le donne, che per votare devono dare prova di essere istruite.

Follia?

Dipende da cosa intendiamo per responsabilità.

Pensiamo per esempio ai Giudici Popolari. In Italia per fare il Giudice Popolare i requisiti sono:

  • cittadinanza italiana e godimento dei diritti civili e politici;
  • buona condotta morale;
  • età non inferiore ai 30 e non superiore ai 65 anni;
  • titolo finale di studi di scuola media di primo grado, di qualsiasi tipo. Per i giudici popolari di Corte d’assise d’appello è richiesto titolo finale di studi di scuola media di secondo grado.

Insomma: se non hai un titolo di studio non hai diritto di giudicare gli altri. Fuori i ciucci e i bifolchi.

Non mi piace l’idea di escludere dalla società quelli senza un titolo di studio ma certo se si potesse rendere obbligatorie 2 ore almeno di formazione su cosa si sta andando a votare non sarebbe male.

Certo poi dovremo togliere il diritto di voto a chi non fa la formazione…

E quelli che vanno alla formazione, non ascoltano nulla e spippolano col cellulare?

Forse dovremmo fare un test finale, come per la patente.

E chi non lo passa? Ciuccio, bifolco, non voti!

Pensate che bella una società così: chi non sa sta zitto e noi genti dotate di logica, di umanità e di diplomi ci riuniamo belli belli a sorseggiare all’ombra un calice di vino dissertando amabilmente di diritti e di libertà.

Peccato che…

se c’è bisogno di parlare di diritti e di libertà e se esistono le parole stesse “diritti” e “liberta” vuol dire che c’è almeno il 50% della popolazione che ritiene che non tutti li debbano avere. Il popolo di merda. Si.

E peccato che tra questi diritti e questa libertà che agogniamo ci sia anche il diritto di voto del popolo di merda.

La verità è che io morirei lottando per difendere il diritto di voto del popolo di merda.

E voi pure!

Ve lo dice una che si ferma a parlare con ogni vecchio razzista che incontra sull’autobus e che da retta a ogni coglione qualunquista che le intasa di commenti la pagina di Facebook. A parlare, a cercare di ragionare. Anche e soprattutto quando è battaglia persa.

Un mondo civile va costruito giorno per giorno. E’ un cammino, lentissimo. E’ una lotta giornaliera.

È stato detto che la democrazia è la peggior forma di governo, eccezion fatta per tutte quelle forme che si sono sperimentate fino ad ora. Diceva Churchill.

Insomma, ne potremo riparlare solo e se troveremo un sistema migliore di questo.

Potere al Popolo.

Sempre e comunque.

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