Giu 202016
 

 

Walter guidava spensierato e io seduta al suo fianco, l’immancabile occhio puntato sulla cima degli alberi a lato strada per scovare il bradipo che dorme tra le fronde.

Una curva e un uomo fermo lì dietro, immobile come un cartello stradale e addirittura facente funzione di cartello stradale perché forse in alcuni paesi i cartelli stradali costano più degli uomini.

oaxaca rivoltaL’avviso che ci diede era semplice: frana, strada interrotta, deviazione di due ore. Quanti chilometri non lo chiedemmo perché non lo avrebbe saputo e perché sarebbe stato ininfluente: la strada in quella parte del mondo non si conta in chilometri ma in ore.

Sui sedili posteriori la vista di un intero gruppo di turisti italiani placidamente addormentati ci lasciò addosso l’ottimistico fatalismo stradale a cui eravamo abituati. Si arriva quando si arriva. E imboccammo la deviazione.

Neanche un’ora dopo, in una zona poco battuta e assolutamente priva di abitato, incappammo in un ingorgo stradale.

“Que pasa?”

Una rivolta, mi spiegò Walter che le rivolte le riconosce a pelle.

Scendemmo e ci immergemmo in un marasma di persone e veicoli in cui si faceva fatica a trovare il bandolo perché tutti quelli che si fermavano a chiedere per cosa ci si ribellava venivano immediatamente coinvolti e quasi magicamente aderivano alla rivolta lasciandomi per sempre il dubbio su chi fossero gli automobilisti rimasti bloccati e chi i rivoltosi.

Dai sedili posteriori iniziò a farsi sentire qualche voce ma prima che potessi dare alcuna spiegazione la rivolta penetrò nel nostro bus sotto forma di festosa musica e venditrici di pan di banana.

Walter era sparito.

Nel dubbio feci scorta di pan di banana perché sapevo che potevamo dormire lì.

walter pugno chiusoWalter ricomparve qualche secondo dopo con il pugno alzato. Mi spiegò che i rivoltosi volevano arrivare alla fine della strada per occupare la gasolinera ma l’esercito bloccava il passaggio ma lui aveva avuto un’idea geniale già esposta e approvata dai capi della rivolta: nascondere alcuni di loro sul nostro bus, sotto le valigie, passare il check point con i nostri passaporti italiani e andare tutti a occupare la gasolinera.

Ammetto che mi aveva già convinto al pugno alzato.

Bisognava però spiegarlo a quelli dietro. Dissi a Walter che tifare rivolta e sfondare check point era sempre stata l’ambizione della mia vita ma certo per convincere anche gli altri avevo forse bisogno di qualche informazione in più sui rivoltosi. Quelli che sarebbero saliti sul nostro bus per esempio, chi erano? Ricercati? Gente in clandestinità?

Walter si mise a ridere.

“No Sarita, tranquila, son profesores”

 

Questa storia è di dieci anni fa. Già allora i professori centroamericani se la passavano male e invece del sit-in al Provveditorato occupavano pompe di benzina. Già allora l’esercito gli puntava fucili addosso.

Questa finì bene perchè alla fine l’esercito si ritirò e arrivarono alla gasolinera anche senza il nostro aiuto.

Poi ci fu Oaxaca.

A mio parere la differenza più grande tra i nostri e i loro professori è che lì gli insegnanti sanno essere ciò che devono essere: una guida culturale per il paese.

Lasciamoci insegnare la rivolta da questi maestri.

20-06-2016
tifiamo rivolta,
tifiamo Oaxaca

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