Ott 112016
 

 

Tanti anni fa, quando ancora non conoscevo a fondo l’India, arrivai a Mumbai con il mio zaino sulle spalle e uno sguardo ingenuo.

Dall’aeroporto un taxi mi portò a Colaba, il quartiere backpaper, dove per pochi euro presi una camera in un alberghetto semplice, da una decina di euro a notte, tre piani stretti con meno di una decina di camere per piano.
Nella piccola reception stazionavano, pressati dietro il bancone, almeno quattro impiegati.
Percorsi i due metri che mi separavano dall’ascensore e ne trovai un altro, pronto ad aprirmi la porta.
In ascensore un altro ancora, che mi chiese il piano e schiaccio il bottone.
Al secondo piano si aprirono le porte: fuori mi accolse ancora un altro addetto, mi scortò alla mia camera, distante 2 o 3 metri dalla porta dell’ascensore.

“Come faranno a pagarla tutta questa gente?” Mi chiesi. Ma fu un pensiero fugace perché ero appena arrivata in India e avevo molto altro a cui pensare. Visitare Mumbai innanzitutto, una grande città con tante cose da fare e vedere.

La sera mi rifugiai in un ristorantino: aveva solo una decina di tavoli e almeno 6 camerieri. Matematica: ogni cameriere aveva meno di due tavoli da servire. In effetti era un servizio veloce. Conto 4 euro. Birra compresa.

La stanchezza della prima giornata in India si faceva sentire, quindi a letto presto. Entrai nella pensione, Buonasera a quelli alla reception, un Grazie a quello che mi aprì l’ascensore, “Second floor, Thanks” a quello nell’ascensore, un altro Grazie a quello al secondo piano che mi ri-mostrò dove era situata la mia camera e quella sera mi aprì anche la porta.
E sonno, il sonno senza sogni e senza pensieri, un sonno da persona superficiale semplicemente stanca.

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E poi, due giorni dopo, tutto divenne chiaro.

Una partenza presto, per prendere un aereo. Alle 4 del mattino uscii dalla mia cameretta e per terra, sul pianerottolo, trovai un tappeto umano di corpi addormentati.
Erano tutti i lavoratori dell’hotel che non avevano altro posto al mondo dove dormire.

Fuori, per strada, il tappeto di corpi assopiti continuava lungo tutti i marciapiedi. I più fortunati avevano una lamiera sulla testa, i meno erano in balia della pioggerella che cadeva fitta e fredda.

“Come faranno a pagarla tutta questa gente?”
Mi ritornò alla mente la fugace domanda che mi ero posta il primo giorno.
La risposta era semplice: non la pagano.

In India e in un sacco di paesi poveri si lavora in cambio di un piatto di cibo, di un pavimento asciutto dove dormire e… di una possibile mancia dai clienti.

E’ per questo che in questi paesi bisogna lasciare le mance ai lavoratori. Gli indiani benestanti lo fanno sempre.

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Ma allo stesso tempo bisogna farsi delle domande.
Come si è arrivati a questo inferno?

Paese povero, disoccupazione, concorrenza feroce, per le aziende il costo del lavoro scende e scende, i lavoratori vanno via via perdendo pezzi e diritti.
Alla fine il costo del lavoro arriva a ZERO.

Il sistema in India ha rosicchiato via anche l’ultima briciola dei diritti dei lavoratori. Non ci sono più ferie, malattie, orari, contributi. Non c’è più neanche lo stipendio. Se va proprio bene… c’è la mancia.

Quando pensiamo alla mancia da noi in Italia ci viene in mente solo l’evasione fiscale e contributiva di quel singolo importo. Non tutto il sistema che si sta mettendo in moto.

La mancia è un nero che conviene ai padroni, non ai lavoratori.

E’ un’inesorabile discesa verso l’Inferno.

  Un Commento per “La mancia ai camerieri indiani. Un’inesorabile discesa verso l’Inferno”

  1. Toccante….

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