Feb 052018
 

Fioccano condanne per falsa testimonianza a lavoratori che mentono o tacciono il vero per proteggere il proprio datore di lavoro.

Come può aiutarli la legge sul Whistleblowing? Cosa rischia il lavoratore che mente alle autorità  per favorire il proprio datore di lavoro?

Negli ultimi anni abbiamo visto un proliferare di condanne per falsa testimonianza a lavoratori che hanno mentito ad ispettori e giudici per favorire il proprio datore di lavoro.

Le aziende delinquono sempre di più, compiendo tutta la gamma dei reati di sfruttamento del lavoro.

Spesso i datori di lavoro però vengono assolti grazie alla falsa testimonianza di loro dipendenti compiacenti. Viceversa spesso gli stessi dipendenti compiacenti vengono condannati a più di due anni di reclusione e al rimborso di migliaia di euro di danni in successivi processi per falsa testimonianza.

Il meccanismo è semplice: il datore di lavoro sceglie un dipendente la cui vita sia “sacrificabile”, gli chiede di mentire per lui, magari promettendo che si occuperà di pagare le sue future spese legali in caso di processo per falsa testimonianza, sicuramente omettendo di spiegargli che gli anni di galera non sono cedibili.

Insomma lo sacrifica. Letteralmente.

Di più: gli scarica addosso, in blocco, tutte le sue beghe legali, tutti i suoi processi civili. Si chiudono le cause datore di lavoro vs dipendenti e si aprono processi in cui lavoratori e Stato fronteggiano i colleghi del lavoratore accusati di falsa testimonianza.

I padroni, soddisfatti per aver scatenato una guerra tra poveri, sogghignano.

Cos’è la falsa testimonianza?

E’ un reato penale  previsto all’art. 372 del codice penale, per il quale Chiunque, deponendo come testimone innanzi all’Autorità giudiziaria, afferma il falso o nega il vero, ovvero tace, in tutto o in parte ciò che sa intorno ai fatti sui quali è interrogato, è punito con la reclusione da 2 a 6 anni. Più, ovviamente, tutti i danni in sede civile.

Storie di lavoratori condannati per falsa testimonianza

Non darò giudizi morali su queste persone, mi limiterò a raccontarvi le storie dei loro processi.

Il caso della Ceramica Dolomite – 2 anni di reclusione per il dipendente

Mario Tormen, un operaio della Ceramica Dolomite, si è ammalato di silicosi e ha fatto causa all’azienda per la mancanza di maschere di protezione. Durante il processo il povero Mario è morto e i suoi familiari hanno continuato la sua battaglia, con coraggio e passione.

Al processo contro la Ceramica Dolomite un collega di Mario che si chiama Franco Calcinoni e faceva il capoturno nel reparto di Mario, ha testimoniato in favore della Ceramica Dolomite asserendo che c’erano maschere antipolvere regolamentari a disposizione degli operai e che anche Mario ne aveva una, con tanto di visiera e filtro intercambiabile.

Era vero?

Secondo quanto ritiene il giudice di primo grado del successivo processo penale per falsa testimonianza a Franco Calcinoni, NO, non era affatto vero. Mario non aveva la maschera giusta, infatti si è ammalato ed è morto.

Il testimone è stato condannato a 2 anni di reclusione e più di 11 mila euro tra danni e spese legali da pagare.

(Fonti: Corriere delle AlpiCorriere del Veneto)

 

Testimone cerca di far scagionare il capo – condannato a 1 anno e 4 mesi

A Cavarzere c’è un’agenzia di pompe funebri. I carabinieri pescano il titolare a guidare un carro funebre con la patente scaduta. Un dipendente dichiara che non guidava lui quel giorno.

Ne nasce un processo per falsa testimonianza. In primo grado il dipendente viene condannato a 1 anno e 4 mesi di reclusione (poco perché ha scelto il rito abbreviato) più spese.

(Fonte Nuova Venezia)

 

“Abbiamo mentito per non essere licenziati” – ma li condannano lo stesso.

E’ una sentenza famosa di Cassazione. Un caso avvenuto nella Sicilia più dura, quella dei lavoratori irregolari. Due dipendenti hanno testimoniato di non aver mai visto lavoratori irregolari nell’officina del loro capo. Mentivano, li hanno condannati.

Allora hanno detto che si, mentivano, ma che lo hanno fatto per non essere licenziati. La Cassazione ha stabilito che non è un motivo valido per mentire e ha confermato le loro condanne.

(Ecco la sentenza)

 

Di storie come queste, tutte uguali, sono pieni i tribunali. Lavoratori incentivati o costretti a mentire per salvare il sedere a un capo che non se lo merita. Sempre la stessa storia.

Non voglio, nella maniera più assoluta, giustificare i dipendenti che mentono per favorire un datore di lavoro fraudolento o addirittura criminale. Eppure mi chiedo:

Lo Stato tutela i lavoratori a cui il capo chiede di andare in un’aula di tribunale o dalla polizia e mentire?

Ci sta provando. Ecco la risposta.

La legge sul Whistleblowing

Fa parte del tentativo di risolvere il problema. Lo Stato in pratica ci dice:

Cari lavoratori e lavoratrici:

  • se mentite per salvare il sedere al vostro capo… vi condanneremo
  • se non mentite… il vostro capo vi licenzierà

Ma… da pochi mesi, cari lavoratori e lavoratrici, avete un nuovo fondamentale strumento per salvare capra e cavoli: la legge sul Whistleblowing.

Come denunciare il proprio datore di lavoro.

Quello che dovete fare se state vivendo una situazione del genere, cari lavoratori e lavoratrici, è andare subito a denunciare il vostro datore di lavoro. La denuncia sarà la vostra salvezza. Il tutto grazie alla legge 30 novembre 2017, n. 179 in materia di whistleblowing.

La legge è già in vigore e stabilisce che il lavoratore che denunci un illecito compiuto dal proprio datore di lavoro non possa essere soggetto a sanzioni, demansionato, licenziato, trasferito o sottoposto a altre misure organizzative che abbiano un effetto negativo sulle condizioni di lavoro.

Di più: se il lavoratore viene in seguito licenziato perché il datore di lavoro si inventa un altro motivo, egli ha diritto ad essere reintegrato sul posto di lavoro. L’onere della prova è a carico del datore di lavoro, non più del lavoratore come nel licenziamento ritorsivo generale. Il che vuol dire che è l’azienda a dover provare che non ha licenziato il dipendente per ritorsione, un’ottima cosa.

Ovviamente ciò che NON dovete continuare a fare è mentire alle autorità e ai giudici. La legge sul whistleblowing pone una pietra tombale sulla questione delle false testimonianze: chi mente o tace (è punita anche la reticenza) per insabbiare un illecito è colpevole di falsa testimonianza e non ci sono scuse, gli strumenti a tutela del lavoratore ora ci sono.

Non è una legge perfetta, ma è già qualcosa.

Ritrattare una testimonianza.

E se avete già reso una falsa testimonianza cosa potete fare?

Se l’indagine della polizia o dell’ispettorato del lavoro o la causa per cui avete testimoniato il falso è ancora aperta potete fare una ritrattazione e non essere puniti. La legge dice che se il colpevole di falsa testimonianza ritratta il falso e manifesta il vero non oltre la chiusura del dibattimento o dell’indagine per cui ha testimoniato, non verrà punito.

Se i giochi invece sono chiusi… ormai la frittata è fatta.

Come fare una denuncia per falsa testimonianza

by: Sarita
Se vi serve il testo di una denuncia per falsa testimonianza, ecco un prestampato da riempire.

Conclusioni

E’ un brutto mondo quello del lavoro in Italia. Le aziende vi sfruttano in modi sempre nuovi e vi ricattano alla vecchia maniera, si sentono padroni di ogni aspetto della vostra vita, di ogni istante, vi dicono cosa dire e cosa pensare, chi essere. Sono i vostri padroni. Se ne stanno in panciolle, a godere dei frutti materiali e immateriali del vostro lavoro, a ridere di voi, a gioire per la morte di un operaio che hanno fatto ammalare in nome del loro profitto, a godere del clima di terrore che hanno creato tra i loro schiavi.

Denunciateli ogni tanto. Vi sentirete molto meglio, potrete finalmente decidere voi chi volete essere.

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