Gen 252017
 

Nel dicembre 2014 a Numana (AN) Daniele Antognoni uccise a colpi di pistola la moglie Paula Corduneanu e il figlioletto Christian, di soli 5 anni.

Non è mai stato fatto un processo, perché l’assassino si è suicidato. Ma ci si è chiesto se questa tragedia si sarebbe potuta evitare.

Come?

Magari facendogli revocare il porto d’armi.

L’omicida postava pubblicamente su Facebook messaggi violenti e che violavano la normativa di detenzione di armi da fuoco. Il suo profilo Facebook è visibile ancora oggi.

Nel febbraio 2014 l’uomo pubblicò una foto del “Certificato di Idoneità al Maneggio delle Armi” che aveva ottenuto presso una sezione C.O.N.I.. (Non dimentichiamo che il Tiro a Segno è sport olimpico, e vanto nazionale italiano).

Quando lo aveva ottenuto? Forse qualche anno prima, perché se si va a ritroso nella time line si scopre che aveva già una pistola, una glock, acquistata a settembre 2012.

Per legge non è possibile acquistare un’arma se non si ha già il permesso.

Guardando sul suo profilo si vedono altre, tante, foto di fucili e pistole, alcune con il commento “non so quando ma … sarai mia”.

Era un appassionato di armi insomma. Ma non solo.

Tralasciando cose come le centinaia di messaggi razzisti (compresi insulti al ministro Kyenge, foto di mine anti-immigrati piazzate nel mare di Lampedusa, insomma tutta la gamma), post omofobi (uno per tutti Vendola con gambi di finocchio al posto dei capelli), icone di Mussolini e altre amenità del genere proviamo a concentrarci sui soli post per i quali, in base alla normativa vigente, avrebbero potuto revocargli il porto d’armi.

Ad un certo punto, nell’ottobre 2013, Daniele Antognoni cambiò foto del profilo e ci mise questa:

Per questa foto, se qualcuno l’avesse denunciato, il porto d’armi gli sarebbe stato sospeso all’istante in via cautelativa. Ci sono stati di recente altri provvedimenti del genere riguardanti i social network.

Famoso il caso di un uomo a Città di Castello a cui venne sospeso d’urgenza il porto d’armi a causa di una foto nel profilo Facebook che lo ritraeva con una pistola in mano con l’invito a farne uso. Tutto partì da una segnalazione ai Carabinieri. L’uomo per riavere la sua pistola provò a fare ricorso al TAR dell’Umbria, ma lo perse.

Il TAR scrisse: “il potere dell’Amministrazione non è sanzionatorio o punitivo, ma è quello cautelare di prevenire abusi nell’uso delle armi a tutela della privata e pubblica incolumità, ragione per cui non occorre un obiettivo ed accertato abuso delle armi, ma è sufficiente la sussistenza di una o più circostanze che dimostrino come il soggetto non sia del tutto affidabile al loro uso”.

Ma torniamo al caso di Numana e al profilo Facebook dell’assassino.

Su Facebook c’è una sezione chiamata “foto del profilo” dove si possonovedere tutte le immagini che un utente ha, negli anni, via via scelto come icona che li rappresenti.

Ecco alcune di quelle scelte da Daniele Antognoni:

Daniele Antognoni pubblicò addirittura un annuncio di vendita armi, che in Italia è assolutamente vietato tra privati e che comporta l’immediata revoca del porto d’armi più altre conseguenze.

L’articolo 31 del TULPS infatti dice “Non si possono fabbricare altre armi, introdurle nello Stato, esportarle, farne raccolta per ragioni di commercio o di industria, o porle comunque in vendita, senza licenza del Questore“.

Chissà se aveva la licenza del Questore per mettere questo annuncio:

Ma ormai non è più importante.

La realtà è che nessuno ha denunciato quest’uomo. I suoi 406 amici su Facebook non si sono resi conto del pericolo che rappresentava. Una delle pistole che apparivano periodicamente sulla loro time line sparò 8 colpi che entrarono nei corpi di Paula, 28 anni, e Christian, 5 anni.

Ormai non possiamo fare nulla per Paula e Christian, come per le centinaia di persone vittime di proiettili fuoriusciti da armi regolarmente denunciate.

Però possiamo fare qualcosa per prevenire futuri casi.

Come fermare chi  incita all’uso delle armi sui social network?

Dobbiamo denunciarli. Alla Polizia o ai Carabinieri.

Sui social network spessissimo la gente ha nome e cognome. Anche quando gli utenti non lo mettono, le autorità possono facilmente risalire al loro indirizzo ip e di conseguenza alla loro identità. Poi possono controllare se questi soggetti siano in possesso di un permesso di detenzione per armi da fuoco. E in caso revocarglielo.

Fate uno screenshot delle foto e dei messaggi che postano stando attenti che in alto compaia il link. Vi serviranno per la denuncia.

Poi certo potete anche segnalare il contenuto al social network chiedendo di rimuoverlo, ma ciò non comporterà alcuna segnalazione alle autorità. Ci vuole una denuncia!

Se non volete fare la denuncia per qualsivoglia motivo segnalatemi questi account e in caso la farò io.

Per scrivere gli articoli della mia inchiesta sulle armi da fuoco registrate in Italia ho passato giorni e giorni a leggere storie di vite spezzate nell’attimo di un click, a parlare con i parenti e gli amici delle vittime e sono arrivata alla conclusione che fare qualcosa, qualunque cosa, anche piccola, sia meglio che non fare niente e assistere impotenti a questa carneficina.

 

 

  2 Commenti per “Cronaca di un omicidio annunciato su Facebook”

  1. Ma le notizie ma dove le prendete su topolino? la vendita armi tra privati con immediata denuncia alle autorita’ e’ consentita dalla legge basta guardare quante inserzioni vengono fatte per fare un esempio su porta portese .

  2. No, non su Topolino.
    La vendita di armi tra privati in Italia è vietata.
    E’ possibile solo previa licenza del Questore. Che va chiesta prima, non dopo.
    L’articolo 31 del TULPS infatti dice “Non si possono fabbricare altre armi, introdurle nello Stato, esportarle, farne raccolta per ragioni di commercio o di industria, o porle comunque in vendita, senza licenza del Questore“.

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