Lug 072016
 

Dedico questo articolo a Emmanuel Chidi Namdi.
Emmanuel è sopravvissuto alla guerra, al deserto e al mare.
Non è sopravvissuto all’odio.
Due giorni fa è stato ucciso a Fermo, da un italiano razzista.

E’ il 2008 e Yohannes si ritrova alla deriva in mezzo al mar Mediterraneo. Infreddolito, affamato, assetato, stretto e abbandonato. L’ultima luce sparisce all’orizzonte e tutto torna nero.

Ma abbiamo detto che la storia di Yohannes non inizia qui. Non va raccontata così.
Comincia molto prima, nel suo paese, l’Eritrea. E forse non inizia neanche in Eritrea ma ancora prima. Forse inizia proprio dal posto dove Yohannes vorrebbe andare, un posto dove non è mai stato ma che è pronto a rischiare la propria vita per raggiungere: l’Italia.

Nel 2013 l’ONU, che ogni tanto fa qualcosa, accusa l’Italia di aver venduto armi a paesi in guerra aggirando gli embarghi (oltre che contravvenendo alla propria stessa Costituzione). Uno di questi paesi è proprio l’Eritrea. A quanto pare l’Italia ha venduto armi, elicotteri e altri mezzi al dittatore Isaias Afewerki facendo passare tutto come equipaggiamento civile. Niente di più semplice. Niente di più impunito.

Quando studiavo sceneggiatura al Centro Sperimentale di Cinematografia i miei maestri, che poi sono anche i vostri maestri, avevano un detto che suonava più o meno così: “Se nella storia metti una pistola prima o poi sparerà”. Era una metafora per insegnarci a scrivere ma non è valida solo nella creazione di una storia, funziona anche nella vita e nella politica mondiale. Tutte queste armi vendute da paesi ricchi e comprate dall’Eritrea hanno sparato e sparano anche oggi mentre scrivo. Perché le armi servono ad uccidere e chi le progetta, fabbrica, commercia sta contribuendo attivamente a farle sparare. Vengono date ai militari di leva, ragazzi come Yohannes, obbligati ad interrompere gli studi e andare ad ammazzare persone con fucili Beretta.

Yohannes e altri ragazzi come lui di fronte alla prospettiva del servizio militare a tempo indeterminato, di una vita a fare la guerra, hanno scelto il deserto.

Questa così diventa la storia di un gruppo di giovani disertori.
Nei nostri libri di scuola fin da piccoli ci hanno presentato il disertore come un vile. Che va arrestato e disprezzato in quanto criminale, ma soprattutto in quanto vile.
Ce la siamo bevuta. Come abbiamo fatto a credere ad una cosa del genere? Che vergogna!
Possiamo forse perdonare i nostri nonni perché durante la prima guerra mondiale in trincea si moriva. Ma dalla seconda guerra mondiale in poi, da quando le vittime di guerra sono diventate quasi tutte civili, come si fa a dare del vile ad un disertore? Ci vuole più coraggio a far parte di un esercito con un fucile in mano o a stare per la strada inerme alla mercé delle bombe e di quelli che il fucile ce l’hanno?
Ci vuole estremo coraggio per fare il disertore. Coraggio e cuore.
Quelli con coraggio e cuore io li chiamo EROI.

Questa è quindi anche la storia di un gruppo di eroi. Ragazzi che disertano le armi. Vogliono studiare e lavorare, non ammazzare. In patria sono considerati criminali (vili non so, bisogna vedere se anche gli eritrei si bevono le frottole), rischiano la vita e per questo sono costretti a fuggire. C’è chi li chiama profughi, chi esiliati, chi semplicemente migranti. Io continuo a chiamarli eroi e sinceramente mi chiedo:

un uomo che decide di non ammazzare altri uomini anche se costretto, un uomo che vuole studiare e lavorare, un uomo che desidera solo vivere in pace dovremmo accoglierlo nel nostro paese con un tappeto rosso, dargli una medaglia e ringraziarlo perché viene a vivere da noi.
Perché mai invece lo respingiamo?

Perché mai uno così, uno come Yohannes, non può prendere un aereo e venire in Italia? Lo so, sto di nuovo facendo le domande che farebbe una bimba di 3 anni. Ma ancora con la convinzione che i bimbi di 3 anni abbiano la mente più lucida della nostra.

Deserto quindi. E deserto sia.
E’ il 2007 e Yohannes parte dall’Eritrea, raggiunge il Sudan e da lì la Libia. Un viaggio molto lungo.
Asmara e Tripoli distano 5200 km via strada. Google Map dice 110 ore senza traffico. Ma nella realtà ci vogliono molto più di 4 giorni e mezzo. Perché il Sahara è uno dei deserti più pericolosi al mondo, un ambiente naturale ostile infestato dal più letale predatore mai esistito sulla faccia della terra: l’uomo.

Ci sono migliaia di persone che attraversano questo deserto. Fuggono dalla guerra e dalla povertà. Da paesi come Eritrea, Somalia, Etiopia, Sudan, Nigeria.

 

Tutti devono attraversare il deserto.

Togliamoci dalla testa l’immagine un po’ romantica di un silenzioso erg di morbida sabbia e tenero verdeggiare d’oasi. Il deserto tra Sudan e Libia è squassato dalle esplosioni, puzza di scappamento diesel, percorso in lungo e in largo da gruppi armati fino ai denti… (armati con fucili Beretta, non so perché ma ci aggiungo questo particolare, mi immagino uno di quelli spot televisivi con la musica e una calda voce che rassicura “Finchè c’è Beretta c’è casa” e poi una panoramica lenta su un guerrigliero che imbraccia l’italico fucile e si mette in posa per una foto accanto a cadaveri decomposti di donne e bambini e la voce continua con “Beretta, orgoglio italiano” oppure “Beretta li aiuta a casa loro”. Sono un genio del marketing e queste parentesi non riesco più a chiuderle scusate tanto per questa divagazione folle ma adesso un’immagine corretta del deserto ce l’avete).

Il deserto è pieno di cadaveri, alcuni sepolti, altri no. Non è solo gente che si è persa (altra immagine sbagliata è quello che nel deserto muore solo di sete, toglietevi dalla testa anche questa), la maggior parte è stata uccisa. Da altri uomini.

Appurato che il deserto è pieno di gente, viva e morta, forse a questo punto dobbiamo metterci a raccontare storie di gente morta. Di gente che è stata uccisa perché non aveva soldi per pagare il pedaggio che i gruppi armati locali esigono per il passaggio sul loro territorio. Di gente che non aveva parenti in grado di pagare il riscatto che richiedono i trafficanti di uomini. Di queste persone il mondo ha perso totalmente memoria. La sabbia del deserto ha cancellato le loro orme, i loro nomi, le loro storie.

Il motore di un camion arranca nella sabbia. La pista serpeggia in mezzo alle rocce e si insinua in un canyon. E’ lì che si è appostato il gruppo armato. Sono libici ma hanno la pelle scura, libici del sud. Fanno smontare l’autista e perquisiscono il cassone. Mattoni. Nel buio del container due occhi neri brillano da sotto una pedana. Persone. Li fanno scendere e sono diciannove, tutti eritrei. Li perquisiscono ma non c’è più nulla da rubare: un precedente gruppo somalo gli ha già portato via soldi, telefoni, vestiti. Li interrogano: non hanno più nessuno al mondo che possa pagare un riscatto per loro. Li fucilano. Cadaveri.

Il gruppo libico torna sui suoi passi. Non seppellisce le sue vittime, ci penserà il vento. Uno di loro apre la portiera del camion, si siede alla guida, controlla il livello del carburante, usa lo specchietto per togliersi una cosa tra i denti. Mette in moto e parte. La ruota anteriore maciulla la gamba di quello che prima era l’autista del camion, e che adesso è un cadavere.
Trenta chilometri e si arriva a Sabha. L’uomo guida il camion in un dedalo di case crollate imboccando vie ipotetiche. Lo parcheggia in uno spiazzo e scende lasciando le chiavi nel quadro. In mano ha una tanica. Attraversa quello che una volta doveva essere un prato. C‘è qualcosa per terra, una porta, una botola. La apre.  Ventiquattro paia di occhi lo fissano terrorizzati. Una mano tremante gli si avvicina per prendere la tanica d’acqua.

Lì dentro sono chiuse da quasi un mese ventiquattro persone. Tutti uomini perché le donne sono state violentate e poi  vendute ad altri. Alcuni sono somali, altri eritrei ed etiopi. Tre sono siriani. I loro occhi non sono più abituati alla luce. Non sanno dove si trovano né che giorno è. Nel Sahara non sai dove sei, e forse neanche ti importa.

Cosa fanno lì? Aspettano.
Aspettano che qualcuno dei loro familiari paghi il riscatto ai libici.
Come?
Ora ve lo spiego.
Avete presente il libico che guidava il camion, quello che ha appena portato la tanica d’acqua, quello che si toglieva un pezzo di carne tra i denti? Quello in tasca ha un telefono satellitare con decine di app installate: Skype, Messanger, Whatsapp ecc. In un secondo può ordinare una pizza a Parigi e affittare una casa per le vacanze in Costiera Amalfitana come può telefonare ad un suo amico che gestisce internet point di Londra per sapere se i parenti dei tre siriani che ha rapito hanno già versato i 1500 dollari a persona che ha chiesto come riscatto o mandare via mail la foto dei ragazzi etiopi che tiene rinchiusi alla loro madre che si trova ancora ad Addis Abeba.
Volevamo la globalizzazione?

La nostra storia è quindi arrivata alle porte di Sabha. Libia. Qui il deserto è quasi finito.
I fortunati che hanno un cugino, una madre o uno zio in grado di entrare in un bar di Palermo o Berlino o Khartoum con fino a 3000 euro in contanti si salveranno, per ora, e passeranno alla stazione successiva. Saranno venduti ai libici del nord, quelli con la pelle chiara, e dovranno affrontare il lungo inferno della Libia. Chi non potrà pagare sparirà tra le sabbie di questo deserto.

Deṡèrto,  s. m. [dal lat. desertum, part. pass. neutro sostantivato di deserĕre «abbandonare»]

deserto

 

Il viaggio dei migranti

A Genova, all’incontro nazionale di Emergency, Yohannes Ghebrai ha raccontato la sua storia. Sono tornata a casa intenzionata a scrivere un articolo su di lui. Dopo un lungo lavoro di documentazione ho iniziato a buttar giù parole e mi sono resa conto che non stavo raccontando la storia di una persona sola. Così ho deciso di aggiungere altri capitoli e altre, tante, persone:

Un po’ di pazienza e li leggerete tutti.

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